Fuori dal virus del capitalismo, per una società della cura

di Marco Bersani*

L’elemento dirompente che la pandemia da Covid 19 ci consegna è la consapevolezza che un modello fondato sul pensiero unico del mercato e sulla priorità dei profitti non è in grado di garantire protezione ad alcuno. La privatizzazione dei sistemi sanitari, i tagli draconiani sull’altare dei vincoli di bilancio, la mercantilizzazione della ricerca scientifica hanno trasformato un serio problema sanitario in una drammatica emergenza, che ha stravolto l’insieme delle società, la vita delle persone e le loro relazioni sociali, rendendo la precarietà una dimensione esistenziale generalizzata.

Se la crisi economico-finanziaria del 2007-2008 aveva decretato la fine della favola del mercato che avrebbe prodotto tanta ricchezza da garantire “a cascata” benessere per tutti, con l’epidemia da Covid19 è finita l’illusione ‘sovranista’ che l’appartenenza ad alcune fasce sociali e/o ad alcuni territori economicamente avanzati costituisca automatica garanzia di mantenimento del benessere esistente.

O la borsa o la vita

La crisi sistemica – economica, ecologica, sociale e sanitaria – del modello capitalistico ha reso evidente l’antagonismo radicale fra il capitale e il vivente, fra la Borsa e la vita.

Non si tratta di ricavare da questo nuove aspettative meccanicistiche; le crisi sono momenti in cui le contraddizioni del modello capitalistico vengono rese manifeste, ma sono anche occasioni di riorganizzazione e stabilizzazione del sistema. Ogni crisi apre una faglia: se questa poi si richiuda o si trasformi in frattura dipende dai rapporti di forza costruiti dentro la società. D’altronde, fermandoci anche solo a questi primi due decenni del nuovo millennio, siamo già alla terza crisi globale, dopo quella originata dall’attacco alle Torri Gemelle del 2001, che ha aperto lo scenario della guerra globale permanente, e dopo la crisi finanziaria mondiale del 2007-2008, che ha innescato la trappola del debito pubblico. La faglia aperta dalla pandemia nella narrazione liberista è importante e propone a tutti una biforcazione radicale. Una strada, già perseguita con determinazione dai poteri dominanti, è quella che può portare a una riproposizione del modello liberista e di austerità, ma questa volta dentro un’organizzazione molto più autoritaria della società, una sorta di fascismo moderno. E’ la strada che fa propria la cultura della grande impresa, che persevera nell’idea che “se sta bene l’azienda, sta bene la società” e che utilizza la crisi per accelerare il drenaggio di ricchezza collettiva verso i ceti alti, le lobby bancarie e finanziarie, le grandi multinazionali. Abbandonata ogni retorica da unità nazionale, il “niente sarà più come prima” è da queste ultime brandito non come speranza collettiva di un futuro diverso, bensì come minaccia per disciplinare compiutamente la società.

Quattro paradigmi da cambiare

L’altra direzione della biforcazione è quella della comprensione profonda di cosa la pandemia ha segnalato a ciascuno di noi e alla società nel suo insieme e la conseguente necessità di una radicale inversione di rotta, che comporta la trasfromazione di almeno quattro paradigmi.

  1. Il primo è l’affermazione della natura contro il capitale. L’epidemia da Covid19 non è un evento esogeno a questo modello economico-sociale; non è qualcosa di esterno o di provenienza sconosciuta. La nostra crescente vulnerabilità ai virus ha la sua causa profonda nella distruzione sempre più veloce degli ecosistemi naturali. Il dilagare della forestazione, la drastica diminuzione di biodiversità, l’agricoltura chimicizzata, gli allevamenti intensivi, l’industrializzazione, l’urbanizzazione e l’inquinamento hanno portato a un cambiamento repentino degli habitat di molte specie animali e vegetali, sovvertendo ecosistemi consolidati da secoli, modificandone il funzionamento e permettendo una maggior connettività tra le specie.Da questo punto di vista, l’attuale epidemia è già parte della più generale crisi climatica e richiede un’inversione di rotta rispetto al modello capitalistico, di per sé indifferente al “cosa, come e perché” si produce.
  2. Il secondo è l’affermazione della priorità della riproduzione sociale sulla produzione economica. Come da sempre ci ricorda il pensiero femminista, la pandemia ha dimostrato come nessuna attività economica sia possibile senza garantire la riproduzione sociale. E se quest’ultima significa cura di sé stessi, degli altri e dell’ambiente, è esattamente intorno a questi nodi che va ripensato l’intero modello economico-sociale; non solo come riconoscimento tardivo del lavoro di cura, bensì come risignificazione del concetto stesso di attività economica e di lavoro; detto schematicamente, o il lavoro è cura di sé, degli altri e dell’ambiente, o non è. Questo non significa retribuire il lavoro domestico, inserendolo di conseguenza dentro i rapporti capitalistici di produzione; significa, al contrario, rivendicare un reddito universale incondizionato per una società di donne e uomini la cui attività ha l’obiettivo della cura collettiva.
  3. Il terzo è l’affermazione del “comune” contro la proprietà. La pandemia ha reso evidente l’urgenza di riappropriarci di tutto quello che ci appartiene e la necessità che la ricchezza collettiva sia posta al servizio della vita e della sua dignità. Se si è sospeso il patto di stabilità per permettere di avere risorse per salvare vite e curare persone, non ci vuole Aristotele per concludere che il patto di stabilità è contro la vita e la cura. Questo comporta la rottura netta con la trappola del debito e la necessità di riappropriarsi dei beni comuni, da sottrarre al mercato, e della ricchezza sociale prodotta, attraverso la socializzazione del sistema bancario e finanziario. Non si tratta solo di contrastare l’appropriazione privata, bensì di andare molto oltre l’idea di proprietà statale, per consegnare beni comuni e produzioni fondamentali ad una programmazione e gestione partecipativa pluri-livello, a seconda del bene di cui si sta parlando.
  4. Il quarto è l’affermazione delle comunità territoriali contro il globalismo finanziarizzato. L’epidemia da Covid19 obbliga a mettere in discussione il paradigma della ricerca di una folle crescita, basata sulla velocità dei flussi di merci, persone e capitali e sulla conseguente iperconnessione dei sistemi finanziari, produttivi e sociali. Sono esattamente i canali che hanno permesso al virus Covid19 di portare il contagio in tutto il pianeta a velocità mai viste prima, viaggiando nei corpi di manager, amministratori delegati, tecnici specializzati, così come in quelli di lavoratori dei trasporti e della logistica, e di turisti.

Ripensare l’organizzazione della società comporta la rilocalizzazione delle attività produttive – e la riterritorializzazione delle scelte politiche – a partire dalle comunità territoriali e dalla democrazia di prossimità. Da qui la necessità di ripensare il ruolo dei comuni, delle città e delle comunità territoriali come fulcro di una nuova economia trasformativa, ecologicamente e socialmente orientata.

L’antagonismo di questi paradigmi rispetto all’attuale cultura liberista non può essere più ampio.

Ma perché il tutto non rimanga confinato dentro la produzione di proposte astratte e magari auto-consolatorie (“decidono sempre loro, ma abbiamo ragione noi”), occorre un salto di qualità importante da parte di tutte le donne e gli uomini, i comitati, le associazioni e i movimenti sociali per dare gambe ad un’alternativa di società dentro i quartieri, le strade e le piazze di ogni angolo del mondo.

Abbiamo davanti un autunno caldo, non solo per il cambiamento del clima.

* Marco Bersani è il coordinatore nazionale di Attac Italia

Interventi

Esempio di intervento 2

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Esempio di intervento 1

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