Editoriale – Pubblico è bello

di Paolo Ferrero

Prologo

Negli anni ‘50 e ‘60 il mondo occidentale era caratterizzato da un forte sviluppo fondato su politiche keynesiane e permeato dall’idea di un miglioramento progressivo delle condizioni di vita. L’american way of life trovava il suo corrispettivo nel miracolo economico italiano e nello sviluppo della società dei consumi.

Alla fine degli anni ‘60, a livello mondiale, il movimento operaio ha preso sul serio questa possibilità di cambiamento e ha cominciato a chiedere forti aumenti salariali, lo sviluppo del welfare e una modifica profonda del modo di lavorare. Nella stessa direzione si muovevano i paesi del Sud del mondo.

Di fronte a questa conflittualità generalizzata, se una prima risposta fu la disdetta degli accordi di Bretton Woods da parte del governo statunitense, una strategia capitalistica compiuta arrivò alla fine degli anni ‘70, con l’offensiva reaganiana e thatcheriana fondata sull’attacco concentrato al movimento dei lavoratori, sul decentramento produttivo su scala mondiale, sugli alti tassi di interesse e su un processo di privatizzazione delle banche centrali .

Gli anni ‘80 sono stati così caratterizzati da un pesantissimo piano di ristrutturazioni industriali finalizzato a distruggere il movimento operaio nei paesi occidentali. La narrazione dominante – al contrario di quella che aveva caratterizzato gli anni ‘50 e ‘60 – descriveva un mondo di scarsità che dava luogo a una concorrenza spietata in cui si poteva solo vincere o perdere. Il pareggio era escluso. In questa guerra per la vita, centrale era rendere più efficienti le imprese e ridurre al minimo gli sprechi, tra cui erano ovviamente conteggiati i diritti dei popoli e i salari dei lavoratori. Con la frusta della concorrenza scatenata su scala planetaria, sono cominciati il “si salvi chi può” e la guerra tra i poveri.

A partire dell’inizio degli anni ‘90, utilizzando come un gigantesco spot il crollo dell’Unione Sovietica, la campagna sull’inefficienza del pubblico e sulla necessità di gestire le risorse economiche in forma privata, ha raggiunto un punto di svolta. Le privatizzazioni sono state presentate come l’unico modo per perseguire l’interesse pubblico delle nazioni contro le intollerabili sacche di inefficienza e privilegi costituite dal settore pubblico. Su questa base si è sviluppato a livello mondiale un processo di privatizzazioni che in Italia ha raggiunto livelli parossistici, eguagliati solo dal processo di rapina neocoloniale praticata nei paesi dell’Est dell’ex blocco sovietico. Il paese – e segnatamente il mezzogiorno – ha così subito un drammatico processo di depauperamento che ha trasferito enormi risorse dal basso in alto e dal Sud al Nord.
In questo quadro, i governi D’Alema e Amato hanno sicuramente conquistato l’Oscar delle privatizzazioni, superando addirittura la Thatcher.

Nella globalizzazione neoliberista, dove proletari e piccoli imprenditori sono sottoposti a una concorrenza spietata, le privatizzazioni sono state presentate come l’unica strada per per seguire l’interesse generale del paese. Questa narrazione dominante – fatta propria dall’intero arco politico dal centro sinistra al centro destra – ha avuto un primo colpo d’arresto in occasione del referendum sull’acqua pubblica nel 2011. Questo positivo risultato non è però riuscito a dar vita a un cambio di indirizzo politico perché la crisi del debito pubblico e la gestione del governo Monti hanno seppellito nella pubblica opinione questa vittoria.

Oggi

In questo contesto, la pandemia del Covid ha bruscamente evidenziato le falsità su cui si basa la narrazione dominante: i sistemi sanitari privatizzati sono implosi e hanno condannato a morte centinaia di migliaia di persone di tutto il mondo. Parallelamente, con la divisione internazionale del lavoro propria della tanto decantata globalizzazione, l’Europa si è scoperta incapace a fabbricare mascherine e i prodotti di base dell’industria farmaceutica. La stessa ricerca del vaccino ha dato luogo a uno spettacolo indecoroso in cui le multinazionali hanno fatto a gara a brevettare prodotti da vendere a caro prezzo al miglior offerente. Che questa gara sia stata finanziata da denaro pubblico e che le aziende farmaceutiche ricattino gli stati che le hanno finanziate facendosi pagare cifre iperboliche i vaccini, non fa che aumentare l’aspetto scandaloso di questa situazione. Come se non bastasse, anche i piani di spesa degli stati per far fronte alla pandemia prevedono enormi trasferimenti di risorse alle imprese private, con una particolare attenzione a quelle più grandi.

Se la pandemia ha evidenziato il fallimento del privato, la risposta data dalle classi dominanti sposta però ulteriori risorse a favore delle grandi imprese private, da quelle militari a quelle sanitarie. Senza nessun pudore sono passati dal terrorismo monetario contro i popoli al più aperto assistenzialismo verso le imprese, le banche e gli speculatori.

Il rilancio del pubblico

Questa situazione ha aperto una finestra di opportunità per avanzare una critica di fondo alle privatizzazioni e all’ideologia del mercato ed a favore del rilancio del pubblico.

A partire da questi elementi si apre uno spazio di lotta politica per:

a) Il superamento della privatizzazione della moneta e del credito. Avere un sistema di banche pubbliche e la Banca Centrale come finanziatrice d’ultima istanza per gli stati, non sono follie estremiste ma la misura più razionale per gestire l’enorme ricchezza che l’umanità ha accumulato. Invece di finanziare le banche private – e la crescita dei valori di borsa – la BCE deve quindi finanziare direttamente i sistemi di welfare pubblici, la riduzione dell’orario di lavoro, la riconversione ambientale e sociale delle produzioni e dell’economia. I soldi ci sono e vanno usati per il bene comune.

b) Sviluppare il welfare pubblico in modo da creare una rete di diritti sociali universale, generale, garantita per tutte e tutti coloro che risiedono sul territorio europeo. Dalla sanità all’istruzione, dall’assistenza alla cultura ai trasporti. Nessuno deve restare solo nel momento della debolezza e l’Europa ha la ricchezza sufficiente per garantire questo diritto.

c) Superare l’intervento assistenziale dello stato a favore delle imprese e disegnare l’intervento pubblico in funzione della riconversione ambientale e sociale dell’economia. La costruzione di un sistema pubblico del credito, di una nuova IRI finalizzata alla riconversione ambientale dell’apparato produttivo, la formazione di manager pubblici in grado di misurarsi con la progettazione del soddisfacimento dei bisogni sociali. Il finanziamento della riduzione generalizzata della riduzione dell’orario di lavoro a partire dalla possibilità di andare in pensione con 40 anni di anzianità o 60 di età.

E che pubblico!

Non dobbiamo però illuderci che sia sufficiente evidenziare le disfunzioni del privato per conquistare un consenso di massa al nostro discorso. Molte persone ci direbbero che sarebbe bello, ma che nell’esperienza storica l’intervento pubblico è stato un gigantesco spreco di denaro pubblico, inefficace, clientelare, burocratico, finalizzato solo a difendere i privilegi di chi vi operava, a partire dai “boiardi di stato”. Inoltre, mentre l’intervento pubblico assistenziale a favore delle imprese – in primo luogo quelle grandi – viene assunto senza troppa pubblicità dall’intero arco delle forze politiche, dal centro sinistra alla destra e coperto dai media mainstream, l’intervento di rilancio del settore e della programmazione pubblica verrebbe attaccato frontalmente da tutto l’arco neoliberista: da 5 stelle e PD fino a Lega e Fratelli d’Italia.

Occorre quindi qualificare la nostra proposta di pubblico rispondendo positivamente ai dubbi e alle obiezioni che l’esperienza concreta ci ha posto e decostruendo tutte le falsificazioni su cui si è basata la narrazione sulla bontà delle privatizzazioni. Altrimenti, viene meno un pezzo della narrazione neoliberista ma resta in piedi il suo impianto. Per rovesciarla non basta constatare la falsità del discorso sulle privatizzazioni: occorre proporre una narrazione alternativa ed egemonica sulla bontà del pubblico, anche chiarendo bene cosa intendiamo per pubblico.

a) Dobbiamo rendere evidente a livello di massa che la narrazione trentennale secondo cui siamo in una situazione di scarsità, che obbliga alla concorrenza sfrenata e determina una condizione in cui “non ci sono i soldi”, è totalmente falsa. In risposta al Covid, in un contesto in cui rischiavano di fallire banche ed imprese, l’Unione Europea ha tirato fuori valanghe di miliardi a fondo perduto, ha sospeso il patto di stabilità e le clausole sulla concorrenza che impediscono gli aiuti di stato alle imprese. In questi trent’anni la scarsità è stata prodotta artificialmente al fine di tagliare welfare e diritti: hanno mentito dicendo che non esistevano “pasti gratis” e nello stesso tempo hanno predisposto lauti banchetti per gli industriali. Se ci sono i soldi per finanziare le imprese private non si capisce perché non ci siano i soldi per finanziare la sanità o l’istruzione pubblica. Dobbiamo far capire che quanto sta succedendo oggi evidenzia la malafede delle classi dirigenti e l’arbitrarietà delle politiche liberiste fatte sin ora e rende possibile evidente la praticabilità di politiche economiche radicalmente diverse. I soldi ci sono e vanno utilizzati per garantire i diritti sociali a tutti i cittadini.

b) Dobbiamo rendere evidente che il privato non è un metodo più efficace per produrre le stesse cose del pubblico ma un sistema che distorce il soddisfacimento dei bisogni della popolazione. Prendiamo l’esempio della sanità.
La sanità pubblica è basata sulla prevenzione, sulla rimozione dei fattori di rischio, sull’educazione a corretti stili di vita: la cura è l’estrema ratio.
Al contrario la sanità privata è finalizzata alla produzione di prestazione sanitarie: più ne vengono fatte e più la struttura privata guadagna. Con ogni evidenza per la sanità privata la prevenzione è una iattura: se le malattie diminuiscono si riduce il mercato e quindi i profitti.
La sanità pubblica e la sanità privata non hanno lo stesso obiettivo. La sanità pubblica ricerca lo stato di benessere delle persone intervenendo a monte dell’erogazione delle prestazioni sanitarie. La sanità privata, invece, punta a fare il maggior numero di prestazioni sanitarie allo scopo di poter guadagnare il massimo possibile sulla malattia, trasformando la salute in una merce. Le merci non soddisfano tutti i bisogni umani e il diritto alla salute, alla cura, all’assistenza non possono essere soddisfatti in termini mercantili.

c) Dobbiamo abolire i privilegi: Il settore pubblico deve essere composto da dipendenti pubblici con rapporto di lavoro esclusivo e gli stipendi debbono stare in una forbice massima di uno a dieci, manager, dirigenti e medici compresi. La qualifica di dirigente deve essere legata alla capacità e revocabile sulla base della capacità, non alla nomina politica.

d) Dobbiamo realizzare un pubblico non burocratico. A tal fine è necessario che la programmazione pubblica fissi in modo chiaro i diritti esigibili universali. Serve una programmazione pubblica e partecipata. In secondo luogo è necessario istituzionalizzare forme di controllo degli utenti che rendano verificabile la gestione della cosa pubblica e sia possibile per gli utenti avere una struttura con cui interfacciarsi per chiedere conto di manchevolezze, avanzare proposte, dire la propria sul servizio. Debbono essere creati canali istituzionali attraverso cui gli utenti possano esercitare un controllo sulle scelte pubbliche e avere gli strumenti per mettere in discussione le stesse qualora inefficaci. Gli utenti debbono sentire proprio il servizio a cui hanno diritto ed essere presi in carico in quanto individui. In terzo luogo è necessario ripensare il lavoro pubblico in direzione di una organizzazione del lavoro egualitaria e tendenzialmente autogestionaria. Al fine di dar vita a servizi che abbiano al centro il benessere dell’individuo è necessario innanzitutto che i dipendenti pubblici siano posti in una condizione salariale, normativa e di orari che permetta loro di lavorare bene. Oltre a questo elemento fondamentale occorre ripensare il lavoro pubblico viste le sue particolari caratteristiche relazionali.

e) Il settore pubblico deve essere finalizzato alla soddisfazione dei bisogni sociali ma questo deve avvenire nella forma più flessibile ed individualizzata possibile. Il cittadino deve essere “preso in carico” dal servizio pubblico e non semplicemente trattato come un cliente. Prendiamo a esempio la mobilità: il pubblico si occupa del trasporto collettivo, con sempre meno corse e sempre meno destinazioni. Questo mentre la domanda di mobilità diventa sempre più flessibile negli orari e nelle destinazioni. Il tutto determina una situazione in cui il soddisfacimento della domanda di mobilità si riversa sul privato, con i disagi e i paradossi che conosciamo. È evidente che la progettazione della mobilità pubblica per essere efficace deve assumere una forma più diffusa e flessibile: dal monopattino alla bicicletta al car sharing, all’autobus al treno. Il pubblico non può limitarsi ad essere il proprietario di un segmento del percorso. Il pubblico deve essere il garante della possibilità di spostarsi a basso costo e a basso impatto ambientale in ogni luogo. La stessa cosa deve valere in tutti i settori di intervento: il pubblico deve prendere in carico gli utenti con servizi tendenzialmente gratuiti a bassa soglia d’accesso, garantendo ai cittadini il diritto a veder soddisfatto il bisogno. Il pubblico è un modo diverso di vivere, non il diverso produttore di qualche merce.

Programmazione trasparente e partecipata finalizzata al soddisfacimento dei bisogni sociali, controllo degli utenti e autogestione dei lavoratori in un contesto di abolizione dei privilegi di casta e di verifica dell’efficacia sociale. Questo è il pubblico che vogliamo e che è possibile proprio in virtù dell’enorme ricchezza che abbiamo potenzialmente a disposizione.

Lo spazio pubblico

Quanto sopra espresso riguarda però solo una parte del pubblico. Esiste un altro terreno che occorre scandagliare con attenzione: quello dell’informazione, dell’intrattenimento e della gestione dei rapporti sociali.

Nel corso degli anni abbiamo visto una enorme espansione di questo settore che è diventato un enorme business.

Prima attraverso la produzione di una cultura di massa che ha progressivamente sostituito la cultura popolare. La televisione è stato lo strumento principe di questo processo.

Adesso la produzione di intrattenimento si è dilatata enormemente e quella tradizionale si intreccia con quella autoprodotta ed ha colonizzato il complesso della vita delle persone.

L’allargamento delle possibilità dato dalle nuove tecnologie fornite dalle aziende private, determina un paradosso. La rete viene vissuta come uno spazio di libertà e rende invisibili sia le dinamiche di subordinazione che si determinano che l’aggressione che subisce lo spazio pubblico, lo spazio vitale.

L’intreccio tra social e tecnologie informatiche ha prodotto il fenomeno della connessione perenne che è gratuita in quanto in cambio cediamo i dati con cui veniamo profilati e poi presi di mira dalla pubblicità personalizzata. Un circuito perverso in cui diventiamo riproduttori e megafoni degli stili di vita proposti dall’ideologia dominante al fine di sviluppare un consumismo acritico. Anche perché se si esce dal seminato si viene “puniti” dai gestori privati della rete.

Il grande fratello

Sarà capitato anche a voi di essere prima puniti, poi sospesi, poi “silenziati” da FB perché avete difeso il povero Ocalan. Avendo postato a fine 2020 foto e frasi a favore di Ocalan, mi hanno avvertito, poi sospeso e poi mi hanno attribuito un algoritmo che sostanzialmente silenzia la mia pagina. Visto che i social costituiscono oggi larga parte della comunicazione politica, si tratta a tutti gli effetti di una arbitraria limitazione della libertà di espressione a favore dello statu quo. Se Ocalan è stato messo dagli USA nelle liste dei terroristi, FB ti impedisce di fare una campagna a favore di Ocalan e per mettere Ocalan e PKK fuori dalle liste dei terroristi. Scusate se è poco…

Si evidenzia qui un doppio problema.

Da un lato la difesa della nostra individualità aggredita dall’acquisizione dei dati da parte delle multinazionali del settore. Vi è qui uno spazio di intervento legislativo nazionale e sovranazionale che non può essere ulteriormente procrastinato: servono regole e stati che le facciano osservare.

Dall’altra il tema della ricostruzione di uno spazio pubblico di relazione tra le persone in carne ed ossa e non di nevrotico gioco degli specchi tra identità virtuali. La perdita del principio di realtà può essere simpatica se delimitata nel tempo e nello spazio. Se diventa la condizione di normalità assume le caratteristiche di una situazione di grave disagio psichico. Ci troviamo qui di fronte ad un problema non risolvibile con le leggi ma piuttosto con un lavoro di costruzione di un nuovo spazio pubblico in cui sviluppare relazioni umane autentiche. È un terreno oggi assai rilevante, che riguarda la costruzione di comunità dal basso, la costruzione di spazi sociali non colonizzati dai big brother del big data in cui le soggettività possano scoprirsi ed esprimersi.

Concludendo

Il liberismo ha voluto le privatizzazioni e vuole uno stato repressivo subalterno al mercato e finanziatore delle imprese. Noi vogliamo allargare la sfera del pubblico a scapito di quella del mercato, vogliamo demercificare la società e costruire una positiva dialettica tra stato e controllo sociale, tra stato ed autogestione sociale. Lo stato deve essere socializzato e intrecciato con forme di democrazia diretta e partecipata, non piegato alla volontà e ai disegni delle grandi imprese private. In questo quadro per noi non si tratta di contrapporre il “Comune” o i “beni comuni” allo stato e al mercato. Si tratta di socializzare lo stato in una dialettica con il “Comune”, intrecciando universalismo dei diritti e concretezza dei percorsi di partecipazione e controllo. La socializzazione dello stato significa l’intreccio tra l’impersonalità razionale del diritto statale e la concretezza dell’attività militante di controllo e autogestione e produzione di regole dal basso, propria del “Comune”.

Così come riteniamo necessario operare per la costruzione di uno spazio pubblico in cui sia possibile per ognuno sviluppare la propria individualità, decolonizzandolo dal mercato e dall’alienazione ad essa connessa. La messa in discussione della neutralità delle tecnologie informatiche che colonizzano la nostra vita e la denuncia dei rapporti di potere e dell’alienazione che da esse derivano, la costruzione di spazi liberati è un filone di ricerca che vogliamo seguire come rivista, perché il nostro è un comunismo verde ma anche un comunismo in cui gli uomini e le donne che lottano per il superamento della costrizione dal bisogno economico, possano svilupparsi liberamente come individui.

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