Diritti per tuttə col lavoro di tuttə

Francesco Gesualdi*

L’economia pubblica, meglio detta economia di comunità, solidaria e gratuita, è di fondamentale importanza in qualsiasi contesto. Ma lo è ancora di più nell’economia del limite, perché, quando le risorse si fanno scarse, bisogna decidere come vogliamo utilizzarle. Benzina a caro prezzo solo per ricchi o trasporto collettivo a buon mercato per tutti? Villa con piscina per pochi o acqua minima garantita per tutti? Cure dispendiose per una minoranza o sanità di base per tutti?

L’economia del limite pone con urgenza ancor più acuta il tema dell’equità, e mette ancora più in evidenza il ruolo insostituibile dell’economia pubblica, che, chiariamolo subito, non deve oc- cuparsi di tutto, ma dei bisogni assoluti: acqua, cibo, vestiario, energia, alloggio, sanità, istru- zione, trasporti. In altre parole: deve occuparsi dei diritti.

Le modalità attraverso le quali l’economia pubblica può funzionare sono due. La prima, quella classica, basata sul sistema fiscale. I cittadini lavorano nell’economia di mercato e, tramite il pagamento delle tasse, costituiscono un fondo comune che la struttura pubblica usa in parte per soccorrere i cittadini in difficoltà, in parte per organizzare servizi a vantaggio di tutti.

Ma il meccanismo fiscale ha il difetto di far di- pendere le risorse a disposizione della collettività dall’andamento dell’economia generale. Se l’economia va bene, la comunità incassa tanto e garantisce molti servizi. Se invece va male, incassa poco ed è meno presente, proprio quando ci sarebbe più bisogno di lei. Non abbiamo bisogno della solidarietà collettiva quando siamo in salute e abbiamo un buon lavoro. Ne abbiamo bisogno quando siamo malati e disoccupati. Dunque questo modello presenta un doppio difetto: ha bisogno di molta crescita e non ha indipendenza.

Per questo è importante considerare anche l’altra possibilità, che non si basa sulla tassazione del reddito, ma sulla tassazione del tempo in modo da fare funzionare i servizi pubblici col lavoro di tutti. Il che non significa abolizione totale del sistema fiscale, ma radicale cambiamento di scopo: non più fonte di finanziamento dell’economia pubblica, ma strumento per indi- rizzare il mercato, per spingere consumatori e imprese verso scelte di maggior rispetto sociale e ambientale.

Il lavoro comune

In passato il lavoro comunitario era molto diffuso. Tutt’oggi esistono comunità che soddisfano i bisogni collettivi non attraverso contributi in denaro, ma mettendo insieme il loro lavoro attorno all’opera o al servizio da realizzare. Alcuni chiamano questa formula «economia di reciprocità», che noi scopriamo solo in caso di calamità. Di fronte al terremoto, all’alluvione, all’incendio, capiamo che la nostra più grande risorsa è il nostro lavoro. E, capito che l’unione fa la forza, ci mettiamo insieme per risolvere il problema comune. Realizzare in regime di normalità ciò che viviamo in caso di eccezionalità è la strada per salvare noi stessi e il pianeta. Per di più, se il lavoro venisse utilizzato al posto della tassazione in denaro, si attiverebbe un sistema di sicurezza sociale formato, da una parte, da un livello di occupazione garantita, dall’altra dal godimento di servizi fondamentali. Spogliato del valore monetario, il lavoro smetterebbe di essere un costo da comprimere e si trasformerebbe in ricchezza da valorizzare. Offerto un corrispettivo in natura invece che in denaro, la società scoprirebbe quanto sia importante il lavoro di tutti e non si permetterebbe più di dire a qualcuno che è in sovrappiù.

Se poi dovessimo giungere alla conclusione che ci sono più persone di quanto sia il lavoro da svolgere, potremmo aggiustare le cose riducendo l’orario di lavoro. Un meccanismo di inclusione estremamente semplice, che però il mercato non adotta perché fuori dalle sue logiche di convenienza. Abituati come siamo al lavoro salariato, potremmo rimanerci male: la formula della tassazione del tempo non prevede pagamenti in denaro. Potremmo sentirci delusi, raggirati, sfruttati: sentimenti normali in una concezione individualista. Nella società mercantile il lavoro è concepito solo come rapporto privato: da una parte un padrone, dall’altra un prestatore d’opera, nel mezzo un contratto individuale. Il resto del mondo, come se non esistesse.

Ai primordi del capitalismo i lavoratori capirono che la formula non era conveniente per loro: nei rapporti individuali vince sempre il più forte. Si organizzarono, trovarono una soluzione intermedia: pagamenti individuali e contratti collettivi. Uniti avrebbero contato di più. Oggi, però, la solitudine sta trionfando di nuovo, la contrattazione collettiva è ripudiata, la formula imposta è quella dei pagamenti individuali, contratti individuali. La disperazione dilaga. Se vogliamo salvarci dobbiamo rialzarci, rimetterci in corsa, non per recuperare le posizioni perdute, ma per andare oltre. Se vorremo vivere bene non basterà ritrovare l’unità per stipulare buoni contratti di categoria, dovremo trovare l’intelligenza per sperimentare il lavoro solidale. Il lavoro comune per risolvere i problemi collettivi e garantire a ciascuno il minimo vitale. Da soli possiamo risolvere i bisogni più semplici e minuti, ma per quelli più ampi e complessi serve la solidarietà collettiva.

L’avvenire dell’umanità si gioca sulla capacità di passare dall’illusione dell’individualismo al buonsenso della solidarietà.

Solidarietà collettiva

In un rapporto di solidarietà collettiva, la moneta di scambio è la gratuità. Beni e servizi gratuiti in cambio di lavoro gratuito. I bisogni fondamentali garantiti dalla culla alla tomba, il lavoro in proporzione all’età. Ogni persona comincia ad assumersi gradatamente le proprie responsabilità, lentamente, a cominciare dall’adolescenza, fino ad assumere la forma piena in età adulta per poi affievolirsi di nuovo in vecchiaia.

In concreto, ogni adulto potrebbe mettere a disposizione della comunità qualche giorno al mese; in cambio la comunità garantisce a ogni perso- na, indipendentemente dall’età, il diritto ad accedere, gratis, a tutti i servizi pubblici. Non più ticket sulla sanità. Non più tasse di iscrizione a scuola. Non più biglietti per i trasporti locali. Servizi gratuiti, ma anche beni gratuiti. Per cominciare acqua, luce, gas, forniti direttamente a domicilio. Tariffe zero per i consumi di base, poi prezzi crescenti per evitare gli sprechi.

Per cibo, vestiario e altri beni di prima necessità, le formule possono essere varie. Un’ipotesi potrebbe essere l’assegnazione a ognuno di una scheda elettromagnetica a ricarica mensile, da utilizzare per il ritiro gratuito di un ammontare predeterminato di beni presso gli spacci pubblici. Si potrebbe anche pensare a mense pubbliche che giorno e sera offrono pasti gratuiti a chiunque si presenti: chissà quanta gente ne godrebbe volentieri. Ma se tutto questo dovesse infastidire perché troppo vicino a soluzioni in uso in tempo di guerra o nei regimi comunisti, si può sempre ricorrere ai sistemi commerciali vecchia maniera: distribuzione dei beni di base tramite negozi abituali e acquisto degli stessi tramite un assegno mensile assegnato a ciascuno.

La partecipazione diretta

La partecipazione diretta ai servizi è una formula neanche tanto originale, in certi ambiti è prassi corrente. Un esempio è la nettezza urbana. Il servizio non comincia per strada da parte dei netturbini, ma nelle nostre case. Quando decidiamo di selezionare i rifiuti buttando le bottiglie nel vetro, i giornali nella carta, le vaschette nella plastica, stiamo attuando la prima fase della raccolta rifiuti: solo se questa è svolta correttamente, tutto il resto procede senza intoppi. Pensiamo anche all’assistenza sociosanitaria. Quando teniamo a casa l’anziano allettato e lo assistiamo su indicazioni del personale infermieristico, in qualche modo stiamo collaborando col servizio sanitario. Quando il servizio sociale ci chiede di accogliere un bimbo in affido, ci dichiara che certi problemi si risolvono, anzi si prevengono, solo se la comunità è disposta a mettersi in gioco direttamente. E la popolazione risponde: il volontariato coinvolge milioni di persone, cittadini che non si accontentano più di un rapporto con la società mediato dal denaro. Vogliono un contatto diretto, coinvolgimento, partecipazione, perché ciò li fa sentire più felici.

Oltre che un piacere, la partecipazione diretta sta diventando una necessità, perché per varie ragioni i soldi a disposizione dei ministeri e dei comuni stanno diventando sempre più scarsi. Nel frattempo, i bisogni si fanno sempre più acuti, soprattutto in campo sociale. Per rendersene conto basta fare due passi nelle periferie cittadine. Se abbandoni le vie del centro, piene di luci e di vetrine, e ti avventuri per i quartieri popolari di periferia, sbatti il naso contro lo squallore più nauseante. Già per strada scorgi i segni del degrado: spazzatura accumulata, marciapiedi divelti, panchine spaccate, giardini pieni di siringhe. Ma gli spettacoli peggiori li trovi nei palazzi: anziani senza dignità per l’incapacità di accudire a se stessi, bambini affidati per pomeriggi interi alle cure esclusive della televisione, famiglie ostaggio della violenza di adulti alcolisti.

I bisogni sociali sono così vasti che ci vorrebbe un esercito di persone per soddisfarli. Molti comuni, invece, non hanno neanche più i soldi per pagare i vigili urbani. Oggi le cose vanno di male in peggio, perché i governi trovano mille pretesti per tagliare le spese sociali. Ed è uno scandalo. Ma neanche l’economia più forte potrebbe raccogliere tasse sufficienti per pagare gli stipendi a centinaia di migliaia di operatori. I comuni, o si inventano qualcosa o chiudono. L’unica soluzione possibile è il coinvolgimento diretto dei cittadini lasciando che la fantasia indichi le formule più appropriate. Molti sindaci lo hanno capito e si stanno organizzando. Nel gennaio 2014, il comune di Novara ha emanato un regolamento attuativo per la collaborazione diretta dei cittadini che, fra gli ambiti possibili, include: sfoltimento cespugli, pulizia dalle foglie e dalla neve di aree cortilizie pubbliche di scuole, uffici decentrati, aree cimiteriali; sorveglianza e vigilanza in biblioteca, musei, mostre, gallerie; prevenzione e sostegno alle forme di disagio e di emarginazione sociale.

Dall’individualismo alla comunità

Del resto, solo una comunità che tiene gli occhi aperti sul proprio tessuto sociale, pronta a intervenire, può risolvere il disagio in maniera includente. Un tipico esempio riguarda i malati psichici. Come ci ha insegnato Franco Basaglia, l’alternativa al manicomio è un efficiente servizio domiciliare associato a un atteggiamento di accoglienza, sostegno e amicizia da parte del vicinato. La stessa solidarietà che serve agli anziani. Molti di loro non hanno bisogno di assistenza specialistica, solo di un aiuto domestico che tutti sono in grado di dare. Se le famiglie di ogni condominio si mettessero d’accordo, potrebbero farsi carico delle due o tre coppie di anziani non più autosufficienti. Basterebbe che si organizzassero a turno per preparare i pasti, per tenere le loro case in ordine, per fare la spesa, per aiutarli mentre si fanno il bagno. Per contro, gli anziani più in gamba potrebbero rendersi disponibili per la conduzione di piccoli asili nido autogestiti a livello di quartiere o addirittura di condominio.

Tutto questo è possibile, ma all’interno di una nuova organizzazione sociale che adotta un altro concetto di capitale. ‘CapitalÈ è un aggettivo che significa importante, fondamentale. Come tutti gli aggettivi, dovrebbe accompagnarsi sempre a un nome. In effetti quando diciamo capitale, intendiamo dire la ricchezza capitale ossia la ricchezza principale. Nel sistema odierno, la ricchezza massima, quella che conta di più, è il denaro. In questo modo, capitale e denaro sono diventate parole interscambiabili. Ma questa è la visione dei mercanti. Nell’ottica dell’economia al servizio della gente, il capitale, la ricchezza massima, è la coesione sociale. È la classica unione che fa la forza. È la comunità. Il passaggio dall’individualismo alla comunità è la vera rivoluzione che serve.


* Francesco Gesualdi, già allievo di don Lorenzo Milani a Barbiana, dal 1985 coordina il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Ha scritto in questi anni diversi saggi sui temi del consumo critico e re- sponsabile, dei beni comuni e dei rapporti tra Nord e Sud del mondo.

Immagine: dettaglio da foto ripresa su pinterest.it

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