L’idea del “pubblico” nella lotta per i consultori

Giovanna Capelli*

Consultori familiari o delle donne? La mediazione non placa il conflitto

Quando ci riferiamo alla nostra Costituzione e ne esaltiamo i pregi, non leggiamo solo il testo, ma, spesso per dare una interpretazione autentica degli articoli, risaliamo al dibattito che la ha generata e a volte alle lunghe ed aspre contese su singole parole.

Così è anche per la legge istitutiva dei Consultori e per tutte quelle che riguardano il corpo delle donne. È, quindi, importante rilevare il linguaggio con cui la Repubblica attraverso l’attività legislativa riconosce la loro autodeterminazione. Questa fino agli anni ‘70 era in Italia fortemente compromessa, rivendicata e praticata, ma non riconosciuta: stava fuori dalle leggi e spesso era contro le leggi: divieto di aborto (incastonato fra i delitti contro la integrità e la sanità della stirpe del Codice Rocco), divieto di propaganda e commercializzazione degli anticoncezionali, violenza sessuale considerata reato contro la morale pubblica e non contro la persona.

La categoria dell’uguaglianza e dell’universalismo dei diritti, che segna la prima parte della Costituzione, si infrangeva miseramente di fronte a una società che aveva usi e costumi patriarcali, cui oggi si stenta a credere e che possono essere lapidariamente riassunti facendo riferimento al modello di donna che la forza politica allora più alternativa all’ esistente, il PCI, proponeva al paese. Lo esplicitò Togliatti nel 1954 in un discorso alle giovani comuniste esaltando Maria Goretti, una undicenne che per sfuggire allo stupro affrontò la morte, simbolo della purezza difesa fino al sacrificio estremo. 

Nonostante il modello patriarcale fosse comune, anche se in modo diverso, ai due schieramenti, il contrasto su questi temi fu fortissimo a partire dagli anni ‘70, spinto continuamente da un travolgente movimento delle donne, che già aveva contribuito a determinare la vittoria referendaria sul divorzio, a innovative sentenze della Corte costituzionale (la legittimità della propaganda anticoncezionale del 1971 e dell’aborto terapeutico del 1974).

Con questa premessa si comprende meglio la discontinuità operata dalla legge 405 che istituisce i Consultori e lo spazio di contesa aperto: un testo chiaro, brevissimo, concentrato in 8 articoli, ma anche un evidente compromesso fra cattolici e laici, tutto giocato sul nome e sulle finalità attribuite ai Consultori. “Consultori famigliari” recita il testo, non “delle donne”, come avrebbe voluto il movimento. Le strutture consultoriali sono interne al sistema sanitario nazionale (in previsione della sua istituzione organica con la legge 833/1978), ma possono istituire consultori anche enti pubblici e privati che abbiano finalità sociali, assistenziali e sanitarie senza scopo di lucro ( Un grande regalo ai consultori confessionali).

La delega alle regioni e le conseguenti leggi regionali hanno amplificato il carattere innovativo della struttura e il suo esser luogo di frontiera o di intreccio fra istituzione sanitaria e società civile. Nel 1996 la L. 34 fornisce diretti- ve più precise su come dislocare i consultori (1 ogni 20.000 abitanti, 1 ogni 10.000 nelle zone rurali) e anche di quali figure professionali devono avvalersi: ginecologa, pediatra, psicologa, ostetrica, assistente sociale, assistente sanitaria, infermiere pediatrico e professionale; è anche contemplato il ricorso a consulenze con neuropsichiatra, sociologo, avvocato, andrologo e genetista1.

Una nuova idea di servizio pubblico

La legge 405 sui consultori scalfisce l’egemonia del pensiero neutro in molte direzioni: non solo sancisce diritti, ma propone un modello di servizio sociale che segna una discontinuità con la tipologia di struttura di salute pubblica, di rapporto utente-operatori, di centralità dell’équipe e non del medico, riequilibrando le relazioni di potere con la donna; il tutto allude a un’idea di servizio pubblico completamente nuova: non un luogo spersonalizzato, anonimo, in cui ruotano professionisti a caso per dare una prestazione standard, ma uno spazio in cui l’individuo è accolto, dove può incontrare altre persone nella sua stessa situazione, e dove sperimenta una nuova tipologia di relazione e di cura, in cui cambia sia la forma con cui la prestazione “socio-sanitaria “ viene erogata, sia la relazione con la singola fruitrice del servizio e con l’insieme delle possibili utenti, cui si apre la possibilità di stare in gruppo e di esercitare non solo un controllo, ma di intervenire sulla programmazione e gestione della struttura attraverso il Comitato di Gestione.

Quel modello è il risultato dinamico di molteplici connessioni e conflitti: le lotte femministe per l’autodeterminazione delle donne a partire dalla signoria sul proprio corpo, le proteste studentesche contro l’Università costruita per le classi dirigenti e i saperi là dentro elaborati, falsamente neutrali rispetto a razza, classe e genere, in particolare la medicina, le lotte operaie del 1968/69 che ponevano non solo il problema della distribuzione più giusta della ricchezza, ma di relazioni di potere diverse in fabbrica e fuori, di una pratica diffusa della partecipazione popolare e quindi delle nuove forme dello stato sociale, che da questa nuova democrazia devono essere attraversate e cambiate nel loro modello organizzativo e nella loro relazione con i soggetti che usufruiscono dello stato sociale.

Un consultorio, non un ambulatorio

Quando si pensa allo stato sociale ci si riferisce a due modelli, quello sovietico, dove mense, lavanderie, colonie estive, scuole, università, accademie, ospedali e centri di cura, case popolari garantivano a tutti la dignitosa quotidianità e lo stato sociale della Europa occidentale, quello costruito nel secondo dopoguerra come prodotto della dialettica stato, governi borghesi e lotte sociali. Molti sono gli elementi comuni di questi apparati pubblici: autoritarismo, struttura gerarchica, piramidale e spersonalizzante, prevalere della burocrazia e della rigidità.

Prendendo come riferimento due pilastri del “pubblico “come la sanità e l’istruzione vediamo che questi aspetti vengono superati, se l’istituzione assume priorità e metodologie che capovolgono l’ordine delle priorità. Non c’è niente di meno “istituzione” del tempo pieno, spazio pubblico di libertà e di autorganizzazione dei saperi e delle relazioni educative, e niente di più efficace dal punto di vista educativo nella scuola primaria, anche questo costruito nella stessa temperie politico sociale dei consultori.

Il consultorio non è un ambulatorio: sta sul territorio e lo deve conoscere, è un servizio a bassa soglia, cioè di facile accesso. Per tutelare in ogni momento la salute della donna, per accompagnare socialmente e psicologicamente alla maternità e alla paternità responsabile, per affrontare le problematiche della sessualità, della contraccezione, della interruzione di gravidanza, pratica una medicina olistica, che mette al centro accoglienza, pluridisciplinarità, perseguimento del benessere psico-fisico. Punta alla prevenzione, a far diventare competenti sulla propria salute. Si organizzano corsi preparto per evitare epidurali e cesarei, si aiutano le donne che desiderano allattare, si va nelle scuole per corsi di educazione sessuale, si fa prevenzione oncologica.

I molti nemici dei Consultori

Il Consultorio ha molti nemici, come i medici integralisti che fanno obiezione di coscienza e si rifiutano di certificare la richiesta di interruzione di gravidanza da parte della donna o come le organizzazioni Provita che aprono consultori confessionali. Nel 2010 in Lazio la Polverini ha tentato di trasformare i consultori in agenzie di difesa della famiglia patriarcale; Formigoni nello stesso anno in Lombardia ha finanziato i consultori privati (ora sono 85 privati e 157pubblici) e ha istituito Nasko, un finanziamento alle future mamme, solo se rinunciavano alla IVG (Interruzione Volontaria della Gravidanza). I tagli alla sanità (37 miliardi negli ultimi 10 anni) hanno assottigliato il numero dei consultori. Nel corso della pandemia di Covid si è evidenziata la loro importanza anche come luoghi in cui oggi si può legittimamente usufruire della RU486 se si desidera interrompere la gravidanza senza passare dal ricovero ospedaliero3.

Risignificare i consultori

Nella lotta per rimettere al centro della Sanità Pubblica la prevenzione e la medicina territoriale, i consultori assumono una particolare importanza nella volontà di recuperare e generalizzare i contenuti e il metodo di un modello, ma già si guarda oltre. “Non Una di Meno” scrive nel Piano femminista del 2017 “I consultori vanno risignificati come spazi politici, culturali e sociali oltre che come servizi socio-sanitari, valorizzando la loro storia di luoghi delle donne per le donne. Questa ri-politicizzazione va agita attraverso forme di riappropriazione e autogestione del servizio che ne garantiscano l’apertura all’attraversamento di corpi differenti per età, cultura, provenienza, desideri, abilità e che promuovano il riconoscimento dei saperi transfemministi, prodotti e incarnati dai soggetti”4. Si apre una nuova stagione dei consultori, aperti ai profondi cambiamenti sociali, un servizio “pubblico “capace di essere meno istituzione e più luogo “comune”.


1 I riferimenti completi sulla legislazione per i consultori: L.405/1975, L 194/1978, L 34/1996, Progetto obiettivo Materno Infantile D.M 24 aprile 2000, DPCM 14 febbraio 2001

2 I Consultori in Italia dovrebbero essere 3000; nel 2014 erano 2118, nel 2018 1897. In Italia, infatti, vi è un consultorio ogni 35 mila abitanti sebbene la legge 34/96 ne preveda uno ogni 20 mila. La differenza tra le regioni è così marcata che in sette il nu- mero medio di abitanti per consultorio È superiore a 40 mila.

3 Aggiornamento delle “Linee di indirizzo sulla in- terruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine”.13 agosto 2020

4 Da “Abbiamo un piano, piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere “ 2017


* Giovanna Capelli, femminista, è componente dell’Esecutivo del Partito della Sinistra Europea ed è Responsabile Sanità della Segreteria lombarda di Rifondazione Comunista. Già insegnante di lettere e preside nella scuola pubblica.

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