Per un comunismo che non sia in bianco e nero

Dmitrij Palagi*

Un eterno presente di perfezione

Una cameriera vi raggiunge sorridente lasciandovi un caffè, mentre a un tavolo accanto un uomo, indicando una foto sullo schermo del dispositivo mobile della vicina, afferma: “ma guarda qua, cioè se esci in minigonna te la cerchi”. Seguono altre affermazioni comuni ritenute vuote e insopportabili (“è colpa del governo precedente”, “non sono razzista, ma…”). È l’inizio di una pubblicità di un’azienda di audio digitali (Audible), che invita ad abbonarsi al suo servizio per essere liberi di ascoltare quel- lo che si vuole, isolandosi dal qualunquismo e della stupidità diffusa.

Questa multinazionale è stata acquistata nel 2008 da Amazon, la stessa azienda che a dicembre del 2019 ha scelto di promuoversi con un video in cui si canta di come tutte e tutti abbiano bisogno di una persona da amare (sulle note di una canzone resa famosa anche dalla versione dei Blues Brothers del 1980), concludendo con una lavoratrice che rientra a casa accolta dall’abbraccio delle figlie, dopo una giornata di consegne (lei è il “pacco” più importante).

La pubblicità è attenta al cosiddetto progresso. Guarda ai diritti individuali con pericolosa consapevolezza, trasformando tutto in occasione di profitto. Il consumatore e la consumatrice non possono avere tregua, il mercato permea ogni istante delle nostre vite. Siamo noi stessi merce: possiamo provare sentimenti, purché siano compatibili con la narrazione egemone. Commuoversi, provare dolore, gioire: tutto merita di essere immortalato e registrato, al fine di poter garantire l’acquisto più giusto per lo stato d’animo vissuto. La stessa condivisione crea opportunità di guadagno, sia nella creazione di contenuti pubblicati in rete, che nelle reazioni a quello che si vede sui propri schermi.

Nel 1996 David Foster Wallace partecipò a una settimana di crociera extralusso per conto di una rivista, al fine di scrivere un servizio gior- nalistico pubblicato come libro anche in Italia, con il titolo Una cosa divertente che non farò mai più. Una scrittura brillante che con amara ironia riporta il testo dell’opuscolo promozionale, in cui la promessa di divertimento si fa minaccia: non c’è alternativa al benessere, i cui criteri sono definiti da uno stato di cose presenti in cui il sistema è impegnato a eliminare ogni possibilità estranea ai rapporti di potere in essere.

Può capitare di stare male, ma è una condizio- ne da curare. Con l’acquisto di qualche bene di conforto, con il quale rassicurare la nostra identità nella società, oppure con dei farmaci. La realtà appare insopportabile o pesante? Non bisogna immaginare di cambiarla, meglio rifugiarsi ad ascoltare un buon romanzo, anche di denuncia, anche impegnato, per rassicurarci sul nostro essere diverse e diversi. Un’unicità propria di un prodotto su uno scaffale, anche perché la propria identità viene definita in relazione al contesto e a ciò che viene visto, o meglio riconosciuto. Nella paura che il futuro possa solo essere peggiore, la cosa migliore è realizzare sé stessi in un ambito assolutamente circoscritto, senza consapevolezza dello scorrere del tempo e in un costante presente.

Un passato che non sia un limite

In questa situazione quali immagini può richiamare la parola comunismo? La mente si rivolge a quello che conosce, quindi la storia e il passato svolgono un ruolo ineliminabile. Dissolta l’Unione Sovietica, tra la polvere delle macerie del Muro di Berlino è rimasta anche l’idea di un’alternativa: Cuba è un’eroica testimonianza capace di sopravvivere al nuovo millennio, mentre gli altri Paesi, in cui proseguono esperienze di governo che si richiamano alle teorie di Marx, sono privi di un’effettiva capacità di veicolare la stessa forza attrattiva, almeno nel blocco occidentale.

Il 1917 fa parte della storia europea, intrecciato com’è alle due guerre mondiali. L’ombra delle stelle rosse sul Cremlino evoca ancora perverse forme di fascino, come testimonia anche il famoso episodio del cartone dei Simpson in cui un funzionario russo, con un semplice bottone rosso, svela la sopravvivenza del “nemico del sistema capitalista”, con Lenin redivivo che infrange la teca in cui è esposto imbalsamato e i mezzi militari sono pronti a sbucare dai carri allegorici di una finta parata per la pace.

La parola comunismo è legata principalmente alla storia della Terza Internazionale. Le parole usate da Gobetti e da Gramsci, a breve distanza dall’Ottobre, aiutano a descrivere il significato nel vocabolario condiviso tra le persone nel linguaggio comune. Entrambi dichiarano il loro sostegno pieno agli eventi lontani di cui ancora non hanno dettagli. Sostenere la presa del Palazzo d’Inverno implicava porsi in sintonia con un nuovo spirito della storia che si materializzava, improvviso, rompendo il progressivo e inesorabile procedere degli eventi, casa per casa, strada per strada. Il gruppo dirigente bolscevico aveva saputo seguire la lezione di Marx, andando anche contro Marx. Al momento non c’è campagna demistificatoria che possa scalfire la forza dirompente di un’immagine di riscatto sopravvissuta ai “libri neri” e alle esperienze storiche che seguirono i dieci giorni che sconvolsero il mondo.

Il comunismo è anche una parola. In quanto tale può indicare più cose, più immagini. Quando Lenin sostenne la necessità di chiamare il partito comunista e non socialista fece riferimento al tempo giunto di indossare la biancheria pulita, gettando la camicia sudicia. Nonostante le vesti siano oggi sicuramente macchiate e logore, sarebbe sbagliato buttarle via, per quanto farlo rappresenti forse la strada più facile. In fondo sarebbe coerente con il messaggio delle nostre società: se una cosa non funziona bene la si può cestinare e acquistare di meglio.

Non è rinviabile un lavoro sull’immaginario collegato al comunismo, purché sia immerso nella concretezza del presente. Essere figlie e figli del 1917, o del 1848, o del 1871, può avere un significato nel 2021, purché sia più tangibile di chi trova consistenza emotiva nella sua passione per una saga letteraria o cinematografica. Altrimenti si sgretolerebbe la differenza tra un partito comunista e un club di Star Trek: entrambe comunità di persone sinceramente appassionate, capaci di descrivere il mondo per come potrebbe essere.

Il movimento altermondialista è stata un’esperienza fondamentale per chi la ha vissuta. Io stesso ricordo di aver preso la tessera di Rifondazione per poter far parte di quella realtà di cui tanto male parlavano sulla stampa, mentre si opponeva alle guerre e lottava per i diritti delle persone. La Cina rappresenta sicuramente una sfida complessa per chi si pone il problema del legame tra cambiamento e potere. Nessuno di questi due esempi è però un riferimento per le nuove generazioni, che non a caso vengono narrate come particolarmente affascinate da figure di oltre 70 anni, quali Corbyn e Sanders, entrambi esponenti di fede socialista in contesti ostili ai partiti comunisti.

Un’identità aperta, rivolta al futuro

Recentemente un compagno, nello scegliere di aderire a Rifondazione Comunista, ha suggerito di lavorare di più sull’identità del partito, ritenuta di difficile riconoscibilità, in particolare rispetto ad altre organizzazioni che si richiamano al simbolo della falce e martello. All’inizio della mia storia di militanza quotidiana, intorno al 2006, un dirigente della giovanile mi spiegò dell’importanza – secondo lui – di vedere sulla scheda elettorale due nuovi strumenti di lavoro, incrociando graficamente mouse e tastiera. Due episodi che si collocano all’opposto nella mia memoria, sia per collocazione temporale che per posizione espressa.

Non ci sarebbe niente di peggio di una costruzione teorica astratta per ridefinire il comunismo nel 2020. La comunità militante presente e l’eterogeneità delle esperienze passate sono l’indispensabile punto di partenza per definire un immaginario che sia svincolato dall’esclusiva dimensione di quel che è stato, provando a vivere nel presente.

Le identità sono uno strumento con cui riconoscersi ed essere riconoscibili. Si costruiscono in contrapposizione ad altro. Terminano la loro utilità nel momento in cui si trasformano in rigide gabbie, magari in cui rifugiarsi – spontaneamente e inconsapevolmente – dalle sconfitte o dalle difficoltà.

Quello che manca oggi è un comunismo vissuto come necessità contingente e presente, come categoria a cui volgere il proprio pensiero nei momenti di difficoltà, come orizzonte di una futura umanità da costruire in relazione con le altre persone, che stia fuori dalle logiche del consumo e dal realismo capitalista che racconta di non avere alternative.

Nello statuto di Rifondazione un passaggio indica il compito delle iscritte e degli iscritti di «sperimentare la quotidianità e la qualità totalmente democratiche delle relazioni» in vista della società socialista per la quale si lotta.

Cosa dovrebbe essere il comunismo se non una visione del mondo capace di proporre nuovi valori e nuove regole di pensiero, attraverso il confronto di una comunità plurale e partecipata, sempre più organizzata, attenta ai diritti e alla dignità di chi non ha potere, poiché dalla parte del lavoro in una società dominata dal capitale?

Un’identità aperta e utile può essere costruita solo attraverso una pratica quotidiana e consapevole, condivisa, con cui dare un contributo con il proprio immaginario, in relazione con quello che si ha intorno, con la forza di una storia dove ogni errore rappresenta un’opportunità e un’attestazione di esistenza. Ricordando alle persone che la loro vita non si esaurisce con la dimensione del consumo e che le prospettive di cambiamento possono essere proprie di questo mondo, spezzando le catene dell’isolamento.

Spezzare le catene del presente

In Realismo capitalista Mark Fisher scrive esplicitamente della necessità di un nuovo soggetto politico collettivo che sappia ripoliticizzare la malattia mentale in modo urgente, per spostare l’attenzione dai sintomi neurologici alle cause che portano le persone a stare male, in un contesto di atomizzazione individualizzante. Se la condizione di solitudine spinge le soggettività a non comunicare, diventa una sfida prioritaria il tema di come intercettare questa condizione di bisogno, senza attendere che venga affrontata come patologia. Occorre ridare un orizzonte di senso a cui poter guardare quando invece sembra infrangersi l’idea stessa di futuro, proprio e dell’umanità. Deve essere ricostruita la stessa dimensione storica dell’agire.

Il mondo è stato messo sotto scacco dalla pandemia Covid-19. Ha accesso le luci sugli angoli bui delle nostre società: ci si ammala, si muore, si viene reclusi (nelle strutture sanitarie o nelle RSA) e ci sono dimensioni ancora estranee al mercato, di cui non si parla mai.

Prima che tutto sia dimenticato, il comunismo può essere l’alternativa alla barbarie capitalista, lottando con strumenti spesso sottovalutati: l’autoironia e la voglia di stare insieme, perché gli spazi condivisi siano luoghi in cui si sta bene, anche con le proprie ferite e i propri problemi, riconoscendoli nella loro dimensione politica. Una militanza complice e utile è quella capace di essere condivisa con il sorriso. Non quello posticcio del Joker interpretato da Heath Ledger ma piuttosto simile a quelli di Marina Ginestà Coloma, il volto con cui spesso viene ricordata l’esperienza della guerra civile spagnola, una delle più drammatiche sconfitte del ‘900 di cui però ancora oggi sopravvivono con tutta la loro forza le sue immagini di un impegno per la futura umanità.

Mettersi delle cuffie e isolarsi da quello che non piace sembrerà sempre la soluzione più semplice fino a che non si ridarà concretezza all’idea di un’alternativa da costruire, giorno dopo giorno, per preparare una nuova rivoluzione.


* Dmitrij Palagi è responsabile dell’Area Cultura e Formazione della Segreteria nazionale del Partito della Rifondazione Comunista e consigliere comunale di Sinistra Progetto Comune a Firenze.

Marina Ginestà I Coloma: foto di Juan Guzmán

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