La “morte del comunismo”

Maurizio Acerbo*

“È che io mi chiedo: se il comunismo è morto, com’è che i poveri ci sono ancora?” Groucho a Dylan Dog

Il 2021 è un anno di anniversari importanti. Accanto al centenario della fondazione del PCI e ai trent’anni dalla nascita del nostro partito, ce ne sono almeno altri due che aiuteranno ad allargare lo spazio della nostra riflessione. Il 150° della Comune di Parigi induce a collocare la vicenda del comunismo/socialismo oltre una ristretta periodizzazione novecentesca, e anche a ricordarne l’originaria ispirazione libertaria e democratica. Il ventennale del G8 di Genova 2001 ci rimanda alle potenzialità e alle difficoltà dei movimenti anticapitalistici contemporanei.

Sulla sconfitta della sinistra pesano talmente la grande narrazione e l’immaginario divenuti senso comune dopo il 1989-1991 che confrontarsi con la storia è un compito politico fondamentale.

Chi non rinuncia a un progetto socialista/comunista del XXI secolo non può prescindere dal confronto con le esperienze di quasi due secoli. Non sarà evocando la tabula rasa, con l’assenza di memoria o peggio il culto del nuovismo – attitudini assai diffuse in Italia a partire dagli anni ’80 – che le classi subalterne torneranno a esprimere una soggettività politica e sociale autonoma e tantomeno anticapitalista.

Lo dimostra il fatto che la rinascita negli USA di un discorso politico socialista è stata preparata e accompagnata da una lunga opera di recupero e di rilettura della storia (basti consultare “Jacobin magazine”).

La dannazione della sinistra non è cominciata nel 1921 

Nel centenario del PCI è positivo che riemergano le tante pagine di storia che hanno scritto le comuniste e i comunisti e che si discuta sul ruolo svolto da quello che fu il principale partito della sinistra italiana e il più grande partito comunista del mondo occidentale. Le ricostruzioni giornalistiche tendono a privilegiare il momento della rottura del 1921 anche esagerandone le conseguenze negative sulla lotta contro il fascismo. È un dibattito che va avanti da un secolo e in fondo riguarda l’impatto della Rivoluzione d’Ottobre, l’evento che stava sullo sfondo della decisione di quei giovani delegati che uscirono dal teatro Goldoni cantando l’Internazionale.

A rileggere oggi le cronache e i discorsi di quelle giornate di Livorno innanzitutto viene fuori quanto sia profonda la cesura con quel passato e quanto mistificante il tentativo dei “riformisti” odierni di presentarsi come eredi di quelli di quei tempi lontani. Il vecchio Turati teneva a precisare che lo distingueva dai comunisti “unicamente la valutazione della convenienza di determinati mezzi episodici della lotta” ma che sui fini ultimi non c’era distinzione, “siamo tutti figli del Manifesto del 1848”, e rivendicava solennemente “il nostro diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo”.

La frattura tra i due grandi filoni del movimento operaio italiano novecentesco – quello socialista e quello comunista – fu recuperata più tardi e la ricerca dell’unità nella lotta contro il fascismo, nella Resistenza, nella costruzione della nostra democrazia, nelle lotte del dopoguerra divenne un elemento fortissimo della cultura del PCI. La dannazione della sinistra non è cominciata nel 1921 come sostiene un libro uscito di recente, ma negli anni ’80 e ’90 quando progressivamente la sinistra socialista e comunista è progressivamente scomparsa o diventava altro.

“La strana morte del socialismo”

Nel centenario del PCI è il caso di tornare agli anni in cui si chiudeva repentinamente la sua storia. Il periodo 1989-1991, con il “crollo” del Muro di Berlino e dei regimi dell’est europeo, la repressione di Piazza Tien An Men e la dissoluzione dell’URSS, fu caratterizzato da un generale consenso sul piano mediatico, politico e culturale su scala mondiale intorno alla cosiddetta “morte del comunismo”.

Il comunismo veniva fatto coincidere con i regimi del “socialismo reale” e la loro fine ne sanciva quindi il decesso. Il gruppo dirigente del PCI fece la scelta di seguire la corrente e di assecondarla. Sarebbe sbagliato vedere solo la strategia egemonica delle classi dominanti alla base di un fenomeno storico di dimensioni enormi. Per milioni di persone di sinistra, dagli operai agli intellettuali, l’impatto dell’esodo dal “socialismo reale” di interi popoli fu davvero forte. Le immagini che ogni giorno arrivavano dall’Est suggellavano una sconfitta che era già avvenuta in Occidente sul piano sociale, politico e culturale negli anni ’80.

I tentativi di resistenza della classe operaia tradizionale – e dei suoi partiti e sindacati – erano già stati sconfitti: in Italia le date simbolo sono il 1980 alla Fiat e il referendum sulla scala mobile, in Gran Bretagna lo sciopero dei minatori. Il capitalismo si trasformava erodendo le basi del movimento operaio tradizionale e vinceva anche sul piano dell’immaginario. I partiti dell’Internazionale socialista avevano già abbondantemente percorso la propria mutazione che giungerà a compimento con la “terza via” di Blair e il “nuovo centro” di Schroeder. I due primi ministri spagnolo eitaliano, Gonzales e Craxi, erano stati definiti “Thatcher di sinistra” dalla stampa internazionale, il leader della SPD Helmut Schmidt si era segnalato come il promotore dell’installazione degli euromissili. Non si sbagliava, dal suo punto di vista, un liberale come Ralph Dahrendorf quando scriveva nel 1989 che si era di fronte alla “strana morte del socialismo”. Constatava che a Ovest e a Est non c’erano più molti a battersi per una qualche forma di socialismo. Veniva meno il proposito stesso di un’alternativa al capitalismo non la sua realizzazione nell’esperimento sovietico. Era il “there is no alternative” di Margareth Thatcher che trionfava.

In Italia molti intellettuali ex o post comunisti e di sinistra, convinti della necessità di prendere le distanze dagli insostenibili regimi dell’est, proponevano al PCI di diventare una socialdemocrazia che in realtà non esisteva più nel resto d’Europa. Aveva le idee più chiare Napolitano che senza tanti fronzoli chiarì che il nuovo partito non doveva definirsi nemmeno antagonista, era necessario liberarsi di un’identità che ormai era solo un peso. Non a caso poco tempo dopo gli ex-comunisti e i “socialisti” italiani e europei si ritrovarono tutti insieme a votare un Trattato di Maastricht che aveva come obiettivo proprio il superamento del modello sociale che aveva caratterizzato il “compromesso socialdemocratico”. Senza che nessuno si offenda possiamo dire che a partire dagli anni ’90 gli ex-comunisti intrapresero una strada assai simile a quella che era stata dei socialisti degli anni ’80. Lo scrissero anche in qualche libro e intervista che aveva avuto ragione Craxi nello scontro col conservatore Berlinguer. Poi smisero, perché la sincerità non porta voti mentre l’omaggio a figure così popolari serve a mantenere una qualche connessione sentimentale con il proprio elettorato.

No alla riscrittura della storia

Intanto una versione anche più hard dell’anticomunismo della guerra fredda diventava il canone di interpretazione della storia del Novecento. In verità aveva già cominciato a dispiegarsi dalla fine degli anni ’70 con fenomeni mediatici come i cosiddetti “nuovi filosofi” francesi, ex-maoisti del sessantotto diventati apologeti del capitalismo liberale e successivamente delle guerre “umanitarie”. Negli anni successivi all’89 libri come Il passato di un illusione di Furet ponevano sul banco degli imputati persino l’idea stessa di rivoluzione e Il Libro Nero del comunismo, con i suoi gonfiatissimi 100 milioni di morti, faceva del comunismo un fenomeno “criminale”.

Si affermava progressivamente una visione della storia in cui il comunismo era equiparato al nazifascismo come responsabile dei crimini del Novecento, con la rimozione dalla coscienza collettiva di tutti gli orrori prodotti dal capitalismo, a partire dalla grande guerra che aprì il secolo con un massacro di dimensioni mai viste, senza il quale non ci sarebbe neanche stata la Rivoluzione d’Ottobre e probabilmente neanche l’affermarsi dei fascismi. Le carestie dell’Impero britannico – definite olocausti da Mike Davis – evidentemente non meritano la stessa attenzione di quelle ucraine e cinesi, i massacri coloniali non me- ritano l’esecrazione che giustamente si esprime verso il terrore staliniano. Questa storiografia anticomunista è giunta a giustificare implicita- mente i fascismi come risposta al bolscevismo, con non poca responsabilità nel revival dell’e- strema destra che ben conosciamo.

Enzo Traverso ha fatto notare che “il laboratorio storico per i crimini nazisti non fu la Russia bolscevica, ma il passato coloniale della civiltà occidentale nell’epoca classica del capitalismo industriale, del colonialismo imperialista e del liberalismo politico”.

L’operazione sul piano storico e teorico era e rimane piuttosto maldestra ma questo non ha impedito che si affermasse persino nelle risoluzioni del Parlamento Europeo. L’ha ben riassunta il filosofo francese Lucien Seve:

Gli attacchi ideologici al comunismo hanno tentato di squalificare a priori la possibilità di pensare a un futuro alternativo (…) Il comunismo è equiparato alla sua forma stalinista. Parlano di una “entità generale” del comunismo piuttosto che di formestoriche specifiche (…) L’obiettivo finale di tutto questo è criminalizzare e delegittimare ogni azione e pensiero militante contro il capitalismo, de- storicizzare ogni considerazione del comunismo, trasformandolo in un’astrazione presentata come una tragedia.

La tesi del comunismo come “ideologia criminale” astrae dalle circostanze storiche concrete ed è troppo semplicistica e fuorviante anche se solo applicata all’esperimento sovietico. I 70 anni di vita del PCI forniscono un repertorio enorme di argomenti per contraddirla.

La “morte del comunismo” è formula troppo generica per essere accettata e soprattutto subita. Cosa riguarda? L’esperienza cominciata nel 1917? Ma non era stato già detto ben prima che essa aveva esaurito la sua spinta propulsiva sotto il peso di un determinato modello di socialismo? Un sistema di stati? Ma non si era smesso di considerarli un riferimento da tanto tempo? I crimini di Stalin non erano già stati denunciati nel 1956 e da molti assai prima? E i comunisti vittime dello stalinismo?

Anche se si volesse esprimere un giudizio liquidatorio su tutto ciò che è seguito all’Ottobre va ricordato che l’atto di nascita del comunismo era il Manifesto del 1848, riferimento dei socialisti di tutte le tendenze. E perché non poter immaginare che caduta l’URSS siano possibili altri socialismi e altri comunismi che tra l’altro ci sono stati anche prima e durante la sua esistenza? È una strana pretesa quella che si debba escludere che nuove esperienze e nuove elaborazioni vadano oltre i limiti delle forme assunte dal socialismo e dal comunismo nel Novecento. È ancor più quella che pretende di operare la reductio ad unum di storie molto diverse, a volte persino opposte, che hanno sviluppato percorsi originali.

Nel centenario del PCI cerchiamo di contrastare queste ideologie reazionarie.


* Maurizio Acerbo è Segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

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