Il bombardamento della classe operaia

Eliana Como*

Lasciatemi raccontare una storia. Il 6 luglio del 1944, quando lo stabilimento siderurgico di Dalmine, all’epoca impegnato per la produzione bellica italiana e tedesca, venne bombardato dagli aerei alleati, morirono 278 persone, in larga parte operai. Quasi 800 rimasero feriti. Morirono mentre colavano l’acciaio, perché la sirena dell’allarme non suonò. La produzione bellica non doveva fermarsi.

Immaginate la stessa cosa a marzo del 2020. Dal cielo della Lombardia, per giorni, cadono bombe. Il 21 marzo, il giorno prima del DPCM che finalmente disporrà il lockdown delle imprese non essenziali, moriranno 578 persone in un solo giorno e nella sola Lombardia. Cinquecentosettantotto persone! A Bergamo, a quella data, dall’inizio della crisi sanitaria e dall’esplosione dei primi focolai in Val Seriana, sono già morte 4000 (quattromila!) persone. E l’ordine è sempre lo stesso: la produzione deve proseguire. La sirena che bloccherà le produzioni (seppure con mille deroghe) suonerà soltanto il giorno dopo.

Nella mia vita di sindacalista non mi ero mai trovata nel mezzo di una catastrofe simile. Non mi era mai capitato di dover rispondere a messaggi di lavoratori e lavoratrici che avevano letteralmente paura di andare al lavoro. Non mi ero mai trovata a dover invocare la chiusura delle fabbriche, noi che di solito siamo quelli che lottano per tenerle aperte. E sia chiaro, so da sempre che i rapporti di produzione si basano sul principio capitalistico dello sfruttamento. Non l’ho scoperto ora e ho ben presente che questo principio non ammette umanità né compassione. Ma il punto è che non mi era mai accaduto di fare i conti con le conseguenze che esso determina quando in gioco non c’è “soltanto” il rinnovo di un contratto nazionale o un aumento salariale, ma la stessa vita di chi lavora e delle persone che abitano un territorio.

Un sistema sacrificato al profitto

Questo per me – e spero per tanti/e – è uno spartiacque tra un prima e un dopo. La gestione criminale dell’emergenza Covid, che fin dall’inizio ha subordinato la nostra salute agli interessi delle imprese e, ancora prima, le pressioni degli industriali per non chiudere la Val Seriana, non sono soltanto un fatto di cronaca o uno degli episodi di questa vicenda. Sono la chiave di volta di un intero sistema, che si inchina agli interessi economici anche quando è in gioco la vita di una intera comunità, sacrificandola, come se niente fosse, sull’altare del profitto. Lo stesso sistema che, per decenni, ha tagliato risorse alla sanità pubblica per dirottarle verso quella privata, dando in pasto al mercato uno dei beni primari di ogni comunità. Ritrovandosi senza posti letto in terapia intensiva, senza medici, senza bombole di ossigeno, senza tamponi, persino senza mascherine nel pieno di una emergenza sanitaria che ogni giorno produceva più morti di una guerra, di un attentato terroristico, di una alluvione, di un terremoto addirittura.

Lo stesso sistema che, nella fretta di tornare a produrre profitto, si è scapicollato per riaprire fabbriche e centri commerciali, dimenticando le scuole e lasciando una intera generazione di bambine e bambini, ragazze e ragazzi alla amara esperienza di mesi di abbandono e di quotidiana ingiustizia. Un sistema che, sdoganando la

didattica a distanza, ha stravolto il ruolo stesso di chi insegna e cancellato decenni di conquiste sociali, rischiando di trasformare la scuola, suo malgrado, in un luogo non di integrazione ma di differenziazione sociale. Un sistema che, divolta in volta, ha dimenticato i lavoratori e le lavoratrici, li ha chiamati eroi, li ha mandati al macello o li ha parcheggiati in smartworking. E che si prepara ora, con la crisi economica, a scaricarli e farli diventare esuberi, eccedenze, costi.

Per quanto amara, dovremmo provare ad affrontare l’autunno con questa consapevolezza: l’intero sistema è consacrato al profitto e la nostra stessa vita viene dopo gli interessi economici. Meglio dirselo, perché se non mettiamo in discussione questo, non aspettiamoci nemmeno un euro di quei 209 miliardi del Recovery Fund. Prepariamoci piuttosto a pagarne il conto, visto che lo stanziamento di risorse europee prevede il controllo sulle riforme politiche, a partire dalle pensioni, non molto diversamente da come avrebbe fatto il MES. Con questo cappio al collo e la ferocia dell’attuale Confindustria, diamo pure per certo che i soldi finiranno in ‘grandi opere’ e sostegni a pioggia alle imprese. E non in quello che servirebbe a noi, cioè investimenti sulla sanità e sulla scuola pubblica, per la difesa del salario e dell’occupazione, per la riduzione dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile e, finalmente, per la nazionalizzazione dei settori strategici.

Ma senza di noi, dalle fabbriche non esce un bullone

Che fare allora? C’è una cosa che, nel bene e nel male, la crisi sanitaria del Covid ci ha ricordato: per i padroni, il profitto vale più delle nostre vite, vero; ma, senza di noi, dalle loro fabbriche non esce un bullone. E quando a marzo ce n’è stato bisogno, dove i rapporti di forza ce lo hanno consentito, tante fabbriche le abbiamo fermate con gli scioperi, oltre a un livello ingestibile di assenteismo.

Non è bastato, certo: tante, troppe fabbriche sono rimaste aperte, soprattutto dove non c’è il sindacato. Altre hanno persino continuato a chiedere straordinari. Però tante, grazie alla mobilitazione e al protagonismo di molti delegati, sono riuscite a chiudere. Laddove il governo non si muoveva e i vertici sindacali non capivano, ritardavano, facevano altre scelte, i lavoratori e le lavoratrici si sono mossi da soli, costringendo poi le stesse organizzazioni sindacali a corrergli dietro.

Possiamo assumere questa come una lezione per tutti? Possiamo iniziare a pensare che, se vogliamo che finisca il bombardamento sulla classe operaia, non dobbiamo aspettare le direttive di qualcuno, ma prima di tutto dobbiamo ricostruire i rapporti di forza nei posti di lavoro e nella società? Questa strada non è più semplice di altre, anzi. Si fa molto prima a creare un nuovo partito, un nuovo cartello elettorale, un nuovo sindacato, anche dieci nuovi sindacati, oppure una coalizione di sindacati, persino un nuovo movimento politico. Costruire rapporti di forza è molto più difficile, perché è un lavoro quotidiano e non dipende da quante bandiere porti a un presidio, ma da quanti lavoratori e lavoratrici si fidano di te, tanto da seguirti quando ce n’è bisogno. Ed è un duro lavoro, perché ci remano contro la precarietà, l’individualismo, il ricatto, la frammentazione e decenni di sconfitte, che hanno lasciato campo libero a una narrazione tossica, costruita intorno all’assunto che il nemico non è chi ti sfrutta ma chi è ancora più sfruttato di te.

Però tutte le altre strade sono scorciatoie, più o meno burocratiche, e sono anni che le percorriamo senza esito: possiamo soccombere oppure rassegnarci a un’altra manifestazione di sabato, oppure, viceversa, raccontarci come la più rivoluzionaria delle avanguardie; possiamo discutere mesi interi su quale sia la sigla sindacale più immacolata o il simbolo elettorale più accattivante, possiamo riempire centinaia di documenti di belle parole e persino fare a gara per chi li scrive più belli ancora. Ma senza spostare i rapporti di forza, senza la convinzione degli uomini e delle donne che li costruiscono quotidianamente, giriamo a vuoto, come i criceti nelle ruote.

In fondo, ora abbiamo un’occasione storica: perché le contraddizioni di questo sistema e le sue ingiustizie, in questi mesi, non sono esplose soltanto nelle nostre mani, ma in quelle di una intera classe sociale, che ha prima pagato il prezzo della crisi sanitaria e ora rischia di pagare quello della crisi economica. Proviamo, per quanto difficile, a uscire dall’autoreferenzialità e a far diventare senso comune, a partire dai posti di lavoro, la consapevolezza che, dopo quello che è accaduto, è ora di mettere in discussione questo sistema, perché il profitto di pochi non può venire prima della vita, della salute e dei bisogni di tanti e tante.


* Eliana Como è sindacalista e femminista, portavoce dell’area di opposizione interna alla Cgil #RiconquistiamoTutto.

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