L’attualità di Genova 2001

Monica Di Sisto*

“Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante. Il Governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi”. 

È questo il cuore del programma con il quale l’attuale presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha presentato al Senato il suo Governo1. Paradossalmente era proprio questo uno dei conti più salati, al netto della pandemia, che la globalizzazione già presentava nel 2001 ai G8.

“Siamo decisi a far sì che la globalizzazione lavori a favore di tutti i nostri cittadini, specialmente per i poveri del mondo” dichiararono i ministri riuniti a Genova al termine del vertice2. “Abbiamo concentrato le nostre discussioni sulla strategia per riuscire in questo intento”.

Si guardava certamente alle aree depresse del mondo, a partire dall’Africa, ma il collasso del vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio del 1999 a Seattle, circondato da proteste di lavoratori e giovani, dentro e fuori il Convention Center, e la coda di rivolte che aveva inseguito negli anni successivi gli appuntamenti della governance globale, dal World Economic Forum di Davos fino al Global Forum di Napoli del marzo 2001, aveva reso ormai chiaro che le delocalizzazioni industriali nei Paesi in via di sviluppo, soprattutto dei settori manifatturieri e metalmeccanici europei e made in Usa, stavano livellando al basso le condizioni di lavoro e di vita delle classi medie anche nel Nord del mondo.

Ingiustizie sociali, emergenza climatica, proprietà intellettuale

Oggi addirittura l’Ocse si scomoda a suggerire ai Governi dei Paesi avanzati più miti consigli, nel suo rapporto sulle “Prospettive 2021 sullo sviluppo globale”, per passare “dalla protesta al progresso”3. Si prende atto che l’impoverimento della classe media e le diseguaglianze che crescono amplificano uno “scontento globale” che da malessere psicologico post pandemico si trasforma in concausa di instabilità politica permanente.

Si fa presto a puntare il dito contro il populismo quando il malcontento popolare cresce perché il cosiddetto “popolo” aumenta nei numeri assoluti: si stima che oggi l’82% della ricchezza globale appartenga al 10% più ricco degli individui, mentre meno dell’1% sia nelle mani della metà della popolazione mondiale più povera.

La determinante principale del mugugno generalizzato è ricondotta alla quantità e alla qualità del lavoro: i ricercatori Ocse sottolineano con una certa icasticità che “mentre i lavoratori sono sempre più vulnerabili ai cambiamenti nella produzione globale e ai capricci del commercio internazionale, la liberalizzazione dei flussi di capitali internazionali ha reso più facile per le imprese multinazionali e i detentori di capitale cercare profitti da qualsiasi parte del mondo mettendosi al riparo dai rischi connessi”.

Anche a livello climatico i/le più poveri/e sono i/le più fregati/e4: Ocse punta l’indice contro una “élite degli inquinatori” perché secondo Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, “le emissioni combinate dell’1% più ricco della popolazione mondiale rappresentano più del doppio delle emissioni combinate del 50% più povero”5.

Lo stesso rapporto rileva che, per limitare l’aumento della temperatura globale entro il 2050 a 1,5°C, come stabilito dall’accordo di Parigi, questa élite dovrebbe ridurre le proprie emissioni attuali di 30 volte, mentre le emissioni del 50% più povero potrebbero ancora aumentare di circa tre volte il loro livello attuale.

Eppure già nel 2001 i G8 avevano “ribadito che i nostri sforzi debbono produrre un risultato finale che protegga l’ambiente ed assicurare una crescita economica compatibile con il nostro obiettivo comune di sviluppo sostenibile per le generazioni presenti e future”. Insomma: stando a come ci hanno conciato da allora a oggi, facevamo proprio bene a non credergli e a contestarli.

Quando la nostra sfiducia fosse ben indirizzata lo conferma il fatto che nello stesso documento d’impegno comune gli 8 Grandi, Italia compresa, esprimevano “apprezzamento per il dibattito che si sta svolgendo nel WTO sul ricorso alle eccezioni previste dall’Accordo sui diritti di proprietà intellettuale nel settore commerciale (TRIPs)”.

I Grandi riconoscevano “come appropriato il fatto che i Paesi più colpiti dall’Aids usino le flessibilità permesse dall’Accordo sui diritti di proprietà intellettuale nel settore commerciale per assicurare la disponibilità dei farmaci ai cittadini che ne abbiano bisogno, in particolare a coloro che non possono permettersi l’assistenza medica di base”. Al tempo stesso, però, riaffermavano “il nostro impegno alla protezione forte ed efficace dei diritti di proprietà intellettuale, come necessario incentivo per la ricerca e lo sviluppo di farmaci salvavita”.

Se a vent’anni dai giorni in cui venivano concordate queste affermazioni torniamo a Genova aggiornando lo slogan del Genova social forum 2001 “Voi G8, noi 6 milioni”, in “Voi la malattia, noi la cura”, ne abbiamo tutte le ragioni. D’altronde giuristi importanti del settore come Roberto Caso dell’Università di Trento oggi sottolineano come “all’opposto della logica della proprietà intellettuale si colloca l’apertura della scienza e della conoscenza. Basti ricordare che la nostra capacità di reagire alla pandemia dipende da un gesto riconducibile all’etica e alla prassi dell’Open Science: la pubblicazione su Internet in archivi ad accesso aperto della sequenza genetica del virus SARS-CoV-2”6.

La sfida, vent’anni dopo

La sfida che ci attende a cavallo di questo Ventennale, alla luce di ricordi e cronaca così vividi e parlanti, è tutt’altro che una commemorazione romantica della nostra gioventù inquieta e repressa, e di sorti progressive che non abbiamo mai visto esprimere sul versante istituito nostrano, europeo e internazionale, pur avendo insistentemente provato a trovare qualcuno di sensato che almeno le balbettasse in modo consapevole, consequenziale e – soprattutto – integrale.

Sì perché a Genova e negli anni successivi, come associazioni e realtà sociali impegnate in analisi e pratiche trasformative dell’economia e della società, abbiamo visto cumuli dei nostri progetti e parole lastricare i mille sentieri attraverso i quali lo sviluppismo, anche a sinistra, ha continuato a cambiare strada senza, tuttavia, spostare di un millimetro in concreto la sua direzione di marcia dalla rassicurante crescita, al benessere e ben vivere di tutte e tutti i viventi su questa martoriata terra.

Lavoro e reddito sono due parole che anche il più elegante dei bancari può pronunciare con emozione, come abbiamo visto in apertura di ragionamento. Ma lavorare e guadagnare per far che cosa, a quali condizioni e grazie a quali regole, nazionali e internazionali, sono questioni di scarsa attrattività propagandistica che non saremo in troppe e troppi a volerci porre.

Perché i costi di una trasformazione ecologica sistemica sono già ingenti, ma con Stati come i nostri “G”, abituati a scaricarli in conto comune, si stanno trasformando in ennesima occasione di profitto per pochi e di ulteriore estrazione economica e sociale da tutti gli altri.

Per di più, la gran parte delle azioni finanziate con il Piano nazionale di ripresa e resilienza nostrano – lievitato dalle circa trecento pagine sottoposte al voto parlamentare a oltre duemila cartelle di progetti inviati a Bruxelles, con una certa ineleganza, sulla carta intestata delle pseudo-partecipate proponenti – sono investimenti diretti e infrastrutture, molti dei quali giacenti nei cassetti di ministeri e committenti vari nonostante le diverse ondate “Sblocca Italia” per il pessimo impatto sociale e ambientale connesso, altre per manifesta inutilità.

Il nostro Paese esce dalla pandemia con oltre 800mila occupati in meno, in maggioranza donne, tra contratti a termine non rinnovati, partite Iva e discontinui cessati, chiusure di interi rami d’azienda7.

Se non ci organizziamo in consapevole solidarietà tra sommersi e ancora salvi, tra scontenti, precarizzati e garantiti, lo scarico di responsabilità morali e materiali dei penultimi sugli ultimi sarà la trappola cui ogni tentativo di cambiamento non riuscirà a sfuggire, stante le condizioni generali sempre più ostili.

Nel 2001 c’erano 8 Grandi, quest’anno a imporci questa continuità malata sono addirittura venti, sotto una presidenza italiana del G20 distopica che espone in vetrina aziende farmaceutiche come ospiti d’onore al di Roma8, ma si espone a panze beffarde in balcone per cui non saremo mai abbastanza grati al professor Nicola Frangione da Matera9.

Torniamo a Genova come Società della Cura: una carovana di circa 1.500 tra soggetti sociali e individui che hanno affrontato insieme la pandemia e si preparano ad attraversare vecchi e nuovi territori e conflitti che le scelte sbagliate dei soliti Grandi, e dei loro consueti complici, non potranno che aggravare.

Viviamo gli spazi pubblici e collettivi riaperti dal Ventennale riconoscendoci come diversi e stringendoci di più proprio per questo, guadagnando massa e respiro: quello che hanno provato a toglierci nel 2001 con i lacrimogeni e oggi con un ginocchio sul collo o con una pandemia prevedibile e meglio gestibile.

Attraversiamo Genova cercando le voci e le domande di chi non ci sarà, di chi non c’era, di chi non era nato, di chi non sa farle o di chi si è stufato di porsele.

Ci aspetta un duro e serio lavoro: dobbiamo prepararci a un nuovo autunno di lotta e cambiamenti, per questo ci servono le altre e gli altri che ci aiutino a trovare tutte le forze e le risposte cui non abbiamo neanche pensato.

Casa per casa, assemblea dopo assemblea, perché ogni evento non resti fine a sé stesso ma generi consapevolezza, responsabilità e nuovo impegno, persona dopo persona: dobbiamo discutere, includere, ricucire, sostenere, e allargarci, fare comunità comitato dopo comitato, campagna per campagna.

Come Società della Cura proponiamo di lavorare a una sorta di “mappatura vivente, itinerante e resistente” delle vertenze e delle alternative, come strumento di auto-organizzazione, di elaborazione, di comunicazione e di coinvolgimento.

Soli non siamo niente, insieme saremo, ancora, marea.


Note

1 Il suo discorso completo del 17 febbraio 2021 su Quotidiano Sanità http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=92606

2 Il comunicato ufficiale del G8 http://www.storiaxxisecolo.it/g8/G8comunicato.htm

3 https://www.oecd-ilibrary.org/sites/d0f6791f-en/ index.html?itemId=/content/component/d0f6791f- en#section-d1e2121

4 Credit Suisse Research Institute (2019), Global Wealth Report 2019, Credit Suisse Research Institute, Zürich, http://www.credit-suisse.com/about-us/en/reports-research/global-wealth-report.html

5 UNEP (2020), Emissions Gap Report 2020, United Nations Environment Programme, Nairobi, https://www.unep.org/emissions-gap-report-2020

https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/proprieta-intellettuale-in-tempo-di-pandemia-ripensarla-o-rafforzarla-la-visione-euro-italiana/

7 https://www.istat.it/it/files/2021/02/Il-Mercato- del-lavoro-2020-1.pdf

8 https://www.agensir.it/quotidiano/2021/5/21/global-health-summit-case-farmaceutiche-promettono-piu-vaccini-per-i-paesi-poveri-bill-gates-condividere-dosi-e-soldi/

9 https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/07/01/g20- a-matera-a-torso-nudo-sul-balcone-davanti-ai-potenti-del-mondo-ecco-chi-e-luomo-dello-scatto-di- ventato-virale/6247394/

10 https://societadellacura.blogspot.com/


* Monica Di Sisto è giornalista, vicepresidente dell’associazione Fairwatch, osservatorio su clima e commercio, e portavoce della Campagna Stop TTIP/CETA Italia

- Monica Di Sisto
https://genova2021.blogspot.com

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