Editoriale (Settembre 2020)

Il lavoro. Quale, fatto da chi, per chi e per che cosa.

di Dino Greco

l capitalismo sta morendo”, recitava l’ottimistico refrain di una scolastica marxista conquistata alla credenza di un prossimo, necessario tramonto del sistema imperniato su rapporti capitalistici di produzione. La stupefacente capacità del vecchio mondo di risorgere dopo ogni crisi si è incaricata di dimostrare l’infondatezza di meccanicistiche profezie “crolliste” e il capitalismo, nella sua vocazione polimorfa, ha saputo di volta in volta mettere in atto misure antagonistiche che lo hanno reso capace di sopravvivere alle crisi più acute da cui è stato attraversato. Del resto, mai Marx aveva autorizzato l’illusione di un epilogo evoluzionistico verso il socialismo dei rapporti sociali, avendo non a caso dedicato l’intera sua vita all’organizzazione del partito comunista. E da Rosa Luxemburg ad Antonio Gramsci fu subito chiaro che il capitalismo non se ne sarebbe andato da solo.
Colonialismo, imperialismo, inaudita concentrazione del potere, globalizzazione, iperfinanziarizzazione dell’economia, misure non convenzionali di politica monetaria, innovazione tecnologica, organizzazione del lavoro, sino al ricorso allo sfruttamento umano spinto a limiti estremi e – non ultima ratio – il ricorso alla guerra, sono lì a dimostrare che la piovra ha saputo trovare e trova in se stessa mille risorse ed artifizi per riprodursi.

La crisi sistemica del capitale

Cionondimeno, il sistema retto sul rapporto di capitale è entrato in una crisi sistemica, andando progressivamente a sbattere contro quello che Marx definì un suo limite “interno”, un limite che rende via via decrescente la remunerazione del capitale in rapporto all’investimento fisso. Comunque la si pensi a questo riguardo, è un fatto difficilmente contestabile che la crescita rallenta da decenni in tutto l’Occidente sviluppato e che lo stesso vale per il saggio di profitto, ovunque in tendenziale diminuzione.
La reazione a questo processo erosivo dell’equilibrio del sistema ha reso la borghesia capitalistica – i “proprietari universali”, per usare l’efficace espressione di Luciano Gallino – ferocemente aggressiva e determinata ad archiviare definitivamente la fase “prometeica” del capitalismo, la sua promessa di felicità universale contenuta nella dottrina Truman degli anni Cinquanta del secolo scorso, per concludere che in questo mondo “non ce n’è per tutti” e che interi continenti e vaste porzioni della stessa popolazione dei paesi sviluppati devono essere irrimediabilmente abbandonati alla deriva. In questo nuovo scenario, anche la democrazia si è trasformata in un fardello ingombrante ed è diventato necessario imprimere una torsione autoritaria alla stessa architettura delle forme istituzionali e della governance politica.
Come dirà David Rockefeller, fondatore della Trilateral Commition, nell’Indirizzo al vertice della Commissione del giugno del 1991, “la sovranità sovranazionale di un’élite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile alle autodeterminazioni nazionali dei secoli scorsi”. E in modo ancor più diretto ed eloquente si esprimerà nel maggio del 2013 il board della banca J.P. Morgan, sentenziando che “il sistema politico dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione, perché lì è forte l’influenza delle idee socialiste”.
Il messaggio è stato ed è chiarissimo: in quei paesi vi è un sovraccarico di democrazia, per cui è necessario spostare il potere dai parlamenti agli esecutivi e fra gli ostacoli da rimuovere stanno, in primo luogo, la tutela dei diritti dei lavoratori, le loro organizzazioni e il welfare.
La decisione delle classi dominanti di sferrare un’offensiva a tutto campo contro l’insieme del mondo del lavoro eterodiretto, la rinnovata corsa agli armamenti e l’opzione militare completano un disegno teso a rimodellare l’organizzazione sociale e politica al fine di mantenere saldo il dominio di classe sull’intero pianeta. In sostanza, lo sfruttamento integrale di esseri umani e natura è, nel tempo presente, il paradigma totalizzante riproposto dal dominio capitalistico.

Delirio antropocentrico

Con la formazione economico-sociale capitalistica la contraddizione fra uomo e natura è degenerata nella forma di una vera e propria inconciliabilità.
Il delirio antropocentrico si è risolto nell’idea che l’uomo non è un “ente naturale”, ma si colloca al di sopra della natura e delle sue leggi.
L’uomo, attraverso il lavoro, “crea” la natura e si rende artefice, demiurgo, di una manipolazione che rompe l’equilibrio dentro il quale ha potuto evolversi la specie umana, sino a mettere in forse l’esistenza delle generazioni future.
L’intrinseca follia della teoria e della pratica sviluppista consiste nell’idea malsana che la produzione di merci, il consumo in crescita esponenziale di materia e di territorio possano procedere linearmente, lungo un continuum senza fine(1).
A questo punto si impone la domanda: perché accade ciò? Come mai hanno ancora libero corso teorie negazioniste che sembrano ignorare quello che è persino constatabile empiricamente da ognuno di noi?
La ragione è semplice: il capitale, che regola in modo ormai uniforme i rapporti sociali dell’intero pianeta, è totalmente autocentrato. Esso non ammette né regole né limiti, né vincoli, né condizionamenti che siano esterni al suo codice genetico. La sua missione è quella di creare profitto, di estrarre plus-valore dal lavoro e di soggiogare la natura. Nell’uno e nell’altro caso la sua onnivora voracità non conosce inibizioni morali: il capitale, per definizione, è cieco.
Osserva Marco Bersani che “come da sempre ci ricorda il pensiero femminista, la pandemia ha dimostrato come nessuna attività economica sia possibile senza garantire la riproduzione sociale. E se quest’ultima significa cura di sé stessi, degli altri e dell’ambiente, è esattamente intorno a questi nodi che va ripensato l’intero modello economico-sociale; non solo come riconoscimento tardivo del lavoro di cura, bensì come risignificazione del concetto stesso di attività economica e di lavoro; detto schematicamente, o il lavoro è cura di sé, degli altri e dell’ambiente, o non è”(2).
Appare vieppiù evidente come il lavoro, fondato sullo scambio ineguale fra individui soltanto formalmente liberi, stia nel rapporto di capitale alla base dello sfruttamento, dell’autosfruttamento e delle diseguaglianze, tanto nella produzione quanto nella riproduzione sociale.
Anche nella più spinta modernizzazione capitalistica la compravendita della forza lavoro viene regolata come scambio fra “cose”, e non fra esseri umani: il lavoro umano è una merce come le altre (sebbene comprata a prezzo politico) e il mercato del lavoro funziona al pari del mercato delle patate.

Dai “trenta gloriosi” alla sconfitta del movimento operaio

In Italia, dalla fine degli anni Sessanta e per almeno un decennio, la presenza di una classe operaia capace di conquistare elevati livelli di soggettivazione politica aveva cambiato i rapporti di forza fra le classi e l’insieme dei rapporti sociali, esercitando un’influenza egemonica su tutte le manifestazioni politiche e culturali del paese.
Come la Costituzione italiana è stata il risultato della rivoluzione democratica e antifascista, di un movimento di popolo che aveva nel
suo imprinting un forte contenuto di classe, così lo Statuto dei lavoratori è stato il prodotto dell’entrata in scena di uno straordinario movimento operaio che ha conquistato sul campo inediti diritti individuali e collettivi, spianando la strada alla produzione di norme legislative che hanno in parte recepito e codificato quei risultati.
Esattamente al rovescio, nel lungo riflusso di questi decenni, nel ristagno della lotta di classe, quelle conquiste sono state progressivamente erose o cancellate.
Il secondo comma dell’art.41 della Carta (“La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”) è stato nella nostra costituzione materiale rovesciato nel suo opposto. Il lavoro è al servizio della riproduzione del capitale che decide se e cosa produrre in ragione esclusiva dell’attesa di remunerazione dell’investimento effettuato. L’interesse sociale, da “prius” politico e sociale, è retrocesso a variabile dipendente del profitto. Prevale la messa a mercato di tutto ciò che può assumere il carattere di merce. La sola domanda interessante è per l’impresa capitalistica la domanda solvibile, pagante.

Dal diritto del lavoro al “libero mercato delle braccia”

Le condizioni di lavoro sono ovunque peggiorate: dal salario alla sistematica distruzione del welfare, dal carattere sempre meno progressivo dell’imposta sul reddito allo smantellamento dei pilastri del giuslavorismo.
Il caleidoscopio del mercato del lavoro contemporaneo, ridotto a libero mercato delle braccia, unisce vecchie a nuove forme dello sfruttamento capitalistico (dalla legge 30 al Jobs act fino alle più sordide forme di lavoro schiavile). La precarizzazione lavorativa ed esistenziale è divenuta il modello canonico dei rapporti di lavoro nella modernità. False partite Iva, lavoro intermittente, lavoro a distanza, smart working, lavoro agile: in un sistema di relazioni industriali profondamente imbarbarito, si assiste alla sovrapposizione pressoché integrale del tempo di lavoro al tempo di vita, senza né limiti né confini e senza che sia possibile una seria regolamentazione contrattuale.
Con gli stivali delle sette leghe si procede verso l’individualizzazione del rapporto di lavoro che rende plausibile l’inverarsi del sogno di ogni capitalista: “libero padrone in libera impresa”.
Migliaia di giovani, reclutati per l’esposizione Expo 2015, hanno poi direttamente scoperto come nella nuova vulgata il lavoro possa non valere più niente e si sia costretti a elargirlo anche a titolo gratuito, in cambio di un umoristico curriculum(3).

Dal capitalismo industriale finanziario al capitalismo digitale: nuove forme di dominio

Il passaggio d’epoca che riorganizza le forme dello sfruttamento è il passaggio dal capitalismo industriale finanziario a quello che è ormai universalmente chiamato capitalismo digitale. Un passaggio, vale la pena sottolinearlo, del tutto interno al modo di produzione e di consumo capitalistico. La nuova gerarchia industriale vede in plancia di comando colossi come Google, Amazon, Facebook che solo quindici anni fa non esistevano e che con poche migliaia di dipendenti capeggiano la classifica mondiale del fatturato e incassano profitti stellari.
I rapporti con i lavoratori sono regolati a distanza da dispositivi digitali legati al loro corpo. Non vi è più una gerarchia prossimale. Sarà un algoritmo a definire ritmi e tempi di lavoro, a scegliere chi è meritevole di restare al lavoro e chi dovrà andarsene: una sentenza inoppugnabile. Il meccanismo è asettico, impersonale, “pulito”.
Occorre prendere coscienza che questa modalità di governo e di dominio si estende dal lavoro tradizionale al livello mondo, perché ogniqualvolta noi utilizziamo lo smartphone produciamo una massa sterminata di informazioni di cui si impossessano gratuitamente le imprese proprietarie dei brevetti e degli strumenti che utilizziamo. Queste informazioni vengono preziosamente custodite e vagliate e serviranno per orientare produzione e consumo: miliardi di persone, quotidianamente, stanno inconsapevolmente producendo plusvalore per le aziende capitalistiche(4).
Ma c’è un’altra implicazione. Consegnando le nostre informazioni non stiamo solo producendo ricchezza per altri ma – sebbene non ve ne sia contezza nei più – stiamo consentendo un controllo su noi stessi.
Come scrive Paolo Ciofi, “oltre ad offrire pubblicità per gli inserzionisti, nei livelli più alti e sofisticati le maggiori piattaforme usano gli algoritmi e tutti i trucchi che il software consente per metterci sotto controllo, ed estrarre dal nostro corpo e dalla nostra mente tutto ciò che serve per pianificare la loro attività di manipolatori e venditori di servizi: il corpo umano come un pozzo di petrolio dal quale estrarre materia prima per il business (…). Il consumatore non sa di essere un lavoratore, mentre il lavoratore diventa un consumatore che non sa di lavorare”(5).
Difficile dire meglio.

Il salto tecnologico: opportunità o maledizione?

Torna la ricorrente domanda che si pone di fronte a ogni salto tecnologico: l’applicazione delle scoperte scientifiche alla produzione è una opportunità o una maledizione? Progresso o nuova radicale sudditanza?
I lavoratori di ogni luogo e di ogni tempo hanno sperimentato come l’innovazione tecnologica porti con sé disoccupazione, in ragione dell’aumento della produttività del lavoro. E come l’obiettivo della piena occupazione, trasformato in diritto universale dall’articolo 4 della Costituzione, metta in luce un contrasto irriducibile fra capitale e lavoro. Per il capitale un tasso stabile di disoccupazione, l’avere a disposizione un esercito di riserva, è funzionale a tenere bassi i salari. Per i lavoratori è vero l’esatto opposto. Di qui l’opzione strategica di un grande piano per il lavoro imperniato sulla progettazione di una radicale riconversione ecologica dell’economia. Una riconversione che abbia per motore la “mano pubblica”: infrastrutturazione primaria (fuori dalla mitologia speculativa delle ‘grandi opere’), bonifica dell’assetto idrogeologico, messa in sicurezza delle aree a rischio sismico, progressivo abbandono delle fonti energetiche di origine fossile e massiccio investimento nelle fonti energetiche rinnovabili.
Ma vi è una risposta – e una sola – che possa venire razionalmente a capo di quella che sotto la giurisdizione del capitale si risolve in una contraddizione insanabile, ed è la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione.
Già Keynes, nell’intento di salvare il capitalismo, aveva intuito che quella fosse la strada obbligata da percorrere. Con un intento ben altrimenti radicale, gli autori del Manifesto dei comunisti avevano indicato questo fondamentale obiettivo nel loro indirizzo ai proletari di tutto il mondo.
Karl Marx, in particolare, ha dedicato a questo argomento pagine memorabili, nelle quali il tema è affrontato sotto un’angolatura speciale: quella della liberazione dal lavoro vincolato, socialmente necessario, dell’affrancamento dall’alienazione, per riconquistare le proprie energie fisiche e mentali ed approdare a una forma superiore di lavoro, di libera attività creativa: la produzione fine a se stessa, la capacità di creare “secondo le leggi della bellezza”, propria di liberi esseri umani(6).

Lo sviluppo tecnologico consentirebbe oggi ai produttori associati, riuniti in libere e democratiche istituzioni, di risolvere tutti i problemi che si presentano all’umanità, di riappropriarsi del tempo oggi sequestrato dal padrone e di affrancarsi da forze estranee per ritornare protagonisti del proprio destino.
É parallelamente aperto un dibattito, piuttosto acceso, sulla necessità di prevedere forme di reddito garantito, scollegato dal lavoro (reddito di base, di cittadinanza, di inclusione, di dignità, di garanzia e continuità, di autodeterminazione, di reinserimento, di autonomia, ecc.). Si tratta di proposte elaborate da diversi soggetti collettivi, o da intellettuali, taluni dei quali di solida formazione comunista. Si tratta di proposte fra loro molto diverse per costrutto teorico, ampiezza di visione e portata strategica.
Ma, come osserva Giovanna Vertova, ciò che in qualche modo accomuna queste proposte è che “non vanno ad intaccare le cause della disuguaglianza di reddito e ricchezza, della precarietà del lavoro, della povertà e delle condizioni di vita insostenibili”. Più precisamente: “Il RdB può rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione nel breve periodo, ma non le elimina. Semmai le cristallizza e le congela, soprattutto quando pensate isolatamente, come la panacea di tutti i mali, al di fuori di un pacchetto di proposte più onnicomprensivo, teso ad intaccare non solo gli effetti ma anche le cause di precarietà e disoccupazione. Presentato singolarmente, sganciato da altre rivendicazioni, il Rdb si trasforma in un riformismo dal volto umano: si accetta il capitalismo così come è, generatore di disoccupazione, precarietà, condizioni materiali di vita insostenibili, cercando di lenirne gli effetti. Ecco perché questo tipo di proposta può trovare sostenitori appartenenti a diversi schieramenti politici”(7).

Epilogo (provvisorio) di una sconfitta storica

Come è noto, al crollo dell’Unione Sovietica, contrariamente alle profezie dispensate dal riformismo europeo, è corrisposta la crisi irreversibile delle socialdemocrazie, definitivamente rinculate, l’una dopo l’altra, dentro il dogma liberista, lungo un’inarrestabile fuga nell’opposto. La società di mercato è divenuta l’orizzonte entro cui obbligatoriamente muoversi. Ci si persuase che oltre quelle Colonne d’Ercole c’era solo l’ignoto.
La vittoriosa offensiva ideologica thatcheriana degli anni Ottanta del secolo scorso (“la società non esiste, esistono soltanto gli individui”) è stata la più netta rivendicazione del tramonto della lotta di classe, l’affermazione apodittica del primato assoluto del mercato, dell’individualismo proprietario, dell’idea che non esiste riscatto collettivo, ma si progredisce esclusivamente in forza delle proprie individuali capacità, anche mettendo spietatamente i piedi gli uni sulla testa degli altri: un mix di calvinismo sociale (per cui ricchezza e povertà sono, rispettivamente, meriti o colpa di ciascuno) e di hobbesismo (“ogni uomo è lupo per l’altro uomo”). Il trionfo di questa ideologia, conseguito – è utile ricordarlo – attraverso la liquidazione sul campo del più combattivo sindacato britannico, ha forgiato un nuovo paradigma, fondativo di un salto d’epoca, di un nuovo modo di pensare che ha plasmato le relazioni sociali e le formazioni politiche in tutto il continente, condizionando potentemente l’involuzione culturale di quella che fu la sinistra di classe. Fu proprio la “Lady di ferro” che alla domanda di un giornalista che le chiese quale fosse stata la sua più importante vittoria rispose “la trasformazione culturale del Labour”.
Si possono cogliere sino in fondo i tratti (e gli effetti) di questa metamorfosi nella genesi e nell’architettura della costruzione europea, consacrata al liberismo e al libero-mercatismo con la benedizione delle forze di ispirazione socialista.

La questione sindacale

Questa debacle politica e culturale ha investito come un ciclone anche le organizzazioni sindacali. In tutto il continente, ma con una particolare accentuazione in Italia, il conflitto è stato derubricato da fisiologico confronto fra interessi contrapposti a patologia delle relazioni sociali. Il dogma della flessibilità, spacciato per naturale evoluzione dell’impresa moderna, ha via via corroso l’intera impalcatura dei diritti; la contrattazione si è trasformata in una negoziazione “a perdere”; la scelta della moderazione salariale, nell’illusione che questa favorisse gli investimenti e l’occupazione, si è impadronita, con poche significative eccezioni, dei gruppi dirigenti sindacali. Mentre si rottamavano le scuole di formazione sindacale, considerate retaggi di un sindacato intriso di ideologia, venivano forgiate schiere di sindacalisti educati alla pseudo-scienza di una contrattazione che legava gli emolumenti salariali a indici di bilancio imperscrutabili. L’autonomia della rivendicazione salariale spariva e veniva soppiantata da formule astruse in cui la retribuzione diventava una variabile dipendente, ora dell’inflazione, ora del margine operativo lordo dell’impresa e da mille diavolerie che la rendevano incerta e variabile. Ci fu contrasto, alla base, una resistenza difensiva che qui e là ancora riaffiora, ma i fortilizi di resistenza furono progressivamente espugnati.
Il decentramento della produzione, la disarticolazione artificiosa del ciclo produttivo in cento segmenti rigorosamente controllati dal padrone, sebbene formalmente autonomi, hanno minato alla radice l’unità di classe, hanno ridotto la consistenza e la forza della classe operaia “centrale”, hanno desindacalizzato una grande fetta del lavoro industriale e dei servizi.
La contrattazione collettiva nazionale è ormai congelata da tempo o ridotta a un simulacro, mentre quella aziendale, anche nel settore manifatturiero dove vantava la sua più antica e consolidata tradizione, si è strada facendo trasformata in un aziendalismo intrinsecamente segnato dalla subalternità. La proliferazione degli enti bilaterali e le forme esplicite o surrettizie di finanziamento del sindacato a esso connesse ne hanno compromesso l’autonomia e l’indipendenza.
Il peso dei servizi a prestazione individuale (uffici vertenze, patronati, assistenza fiscale) ha assunto un rilievo sempre più rilevante rispetto alla contrattazione collettiva e sta mutando radicalmente il rapporto stesso fra il sindacato e gli iscritti. Si attenua sino a smarrirsi del tutto il significato del sindacato come strumento di riscatto collettivo: il riferimento non è più la classe, ma le persone che avendo un lavoro cercano nel sindacato, ciascuna per sé, una qualche forma di assistenza e di protezione individuale. Così, la più elementare coscienza di classe si stempera sino a evaporare.

Riunificare tutto il lavoro eterodiretto

Ora, è evidente che una svolta non può che passare attraverso la ricostruzione del sindacato, per rimettere in piedi e rifondare un
modello contrattuale inclusivo, capace di riunificare i segmenti in cui tutto il mondo del lavoro eterodiretto è stato scomposto, disaggregato, per ricostruire quella trama solidale la cui disintegrazione sta alla base della guerra tra poveri su cui i padroni hanno in questi anni costruito la propria fortuna economica e politica.
Per farlo efficacemente, l’ultima cosa che serve è avventurarsi in bizzarre fumisterie.
Si può leggere nel documento che la Cgil ha portato alla discussione del suo 18°congresso che “nel nuovo modello di relazioni industriali innovative, in funzione delle nuove caratteristiche della prestazione del lavoro digitale, la nuova frontiera è contrattare l’algoritmo”.
Inutilmente cerchereste nel testo un approfondimento circa le caratteristiche di questo “innovativo” modello negoziale. Mentre non è difficile immaginare la reazione umoristica che questa formula ha generato fra gli operai, i quali forse preferirebbero un sindacato che tornasse a occuparsi di salario, di orario e condizioni di lavoro, considerato che il salario continua a diminuire, l’orario a aumentare e le condizioni di lavoro a peggiorare. Ma per farlo – ecco il punto – non bisogna disporsi a “contrattare l’algoritmo” quanto, piuttosto, a liberarsene. L’homo sapiens, dopo tutto, può e sa fare di meglio che lasciarsi guidare da un algoritmo. Ciò che comporta il recupero di una smarrita propensione al conflitto, alla vituperata lotta di classe, troppo
spesso trattata come un’ubbìa passatista, di fronte alle velleità concertative di questo trentennio.

La rivoluzione non è un destino scritto nel DNA del proletariato

Abbiamo da gran tempo imparato che la rivoluzione comunista non è un destino scritto nel codice genetico del proletariato al quale
spetterebbe solo di scoprire ciò che è occultato dall’ideologia delle classi dominanti. Alimentare questo equivoco consolatorio, per giunta nelle modeste condizioni in cui siamo, servirebbe solo a produrre un involontario quanto poco raccomandabile effetto comico.
È invece indispensabile riprendere con umiltà il trascuratissimo lavoro di inchiesta e di analisi della composizione di classe nel tempo
presente, delle condizioni oggettive e soggettive di ogni segmento del lavoro subordinato o eterodiretto. Quasi nessun sindacato sente più il bisogno di apprendere direttamente dai lavoratori, dalla materialità della loro condizione. Il sapere è già presupposto, si forma e si deforma nei labirinti autistici delle relazioni industriali, anch’esse sempre più asfittiche e inconcludenti.

Tornare all’inchiesta

Tornare all’inchiesta significa indagare innanzitutto le differenze, cioè le specifiche modalità attraverso le quali si materializza il rapporto di capitale nel tempo presente, come esso cambia la concreta condizione di lavoro e forma le idee, la coscienza di sé, le aspettative
di quanti entrano nel processo di produzione e riproduzione.
Fra i pochissimi che stanno investendo nel lavoro di inchiesta e di analisi per sostenere, connettere e organizzare le lotte che a macchia di leopardo sono in atto in Italia, c’è il collettivo Clash City Workers(8).

La composizione tecnica di classe è allora il primo punto da cui partire: comprendere come ogni segmento si colloca nella complessità dell’organizzazione della produzione sociale, come ogni tessera del mosaico contribuisce alla generazione della catena del valore. Non per ridurre tutto, meccanicamente, a omogeneità ma, esattamente al contrario, per cogliere gli aspetti differenziali, quelli attraverso i quali il capitale divide e contrappone il lavoro subordinato, quello formale e quello informale, quello materiale e quello intellettuale, quello cognitivo in ogni sua sfaccettatura e quello in cui la fatica fisica è ancora l’elemento prevalente.
Insomma, l’omogeneità della classe, oltre la dimensione seriale, non è un dato di partenza, prodotto necessario di una sorta di “ontologia” proletaria, ma l’obiettivo per cui lottare.
L’indagine deve anche saper decifrare la struttura soggettiva dei bisogni, senza la quale il concetto di composizione tecnica rimane ancorato a una descrizione sociologica.
Solo dentro questo complesso processo è possibile tentare di conquistare una ricomposizione politica di classe e definire nel concreto (non astrattamente, non “in vitro”) una politica capace di riaggregare ciò che l’organizzazione capitalistica del lavoro ha diviso, trasformando il mondo del lavoro in un caleidoscopio, fratturandone la coesione solidale, separandone gli interessi, ponendoli in reciproca concorrenza.
Con questo schema teorico e nella temperie del conflitto si può individuare il piano comune, concreto e insieme politico e simbolico su cui far leva per ridare vita a un punto di vista di classe oggi profondamente indebolito.

Hic et nunc

Ci sono due punti chiave su cui re-incardinare l’iniziativa politica e sindacale.

  1. Riproporre l’urgenza assoluta della questione salariale e organizzare la lotta per mettere fine ai salari da fame, ponendo l’obiettivo che nessun lavoro (da quello dei raccoglitori di agrumi nelle campagne meridionali a quello dei riders) possa valere meno di 10 euro l’ora. Dieci euro come minimo tabellare, fissato dalla legge, a cui aggiungere i ratei di tredicesima, ferie e trattamento per malattia, infortunio e maternità. Questa semplice e lineare indicazione, immediatamente comprensibile da parte di tutti i proletari e da tutte le proletarie di questo paese, coerente con quanto stabilito dall’articolo 36 della Costituzione, costringerebbe le stesse organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a rivedere la scala parametrale dei contratti di non poche categorie dove coloro che sono inquadrati al livello più basso dell’inquadramento percepiscono molto meno di quell’importo minimo capace di assicurare qualcosa che assomigli a “un’esistenza libera e dignitosa”.
  2. Riesumare il tema sciaguratamente rimosso della riduzione dell’orario di lavoro, che ha rappresentato un caposaldo della migliore storia sindacale passata: dal lavoro che si protraeva “da sole a sole” (per usare un’espressione di Giuseppe Di Vittorio) alle 48 e poi alle 40 ore settimanali, per arrivare alle 36 in vigore nel settore pubblico. Il traguardo delle 32 ore, come nuovo orario legale, senza perdita della retribuzione, costituisce un passaggio obbligato, a maggior ragione di fronte all’impatto delle nuove tecnologie digitali che abbandonate nelle mani dei padroni determinerebbero fatalmente un’ondata crescente di disoccupati.

Riabilitare e praticare il conflitto

Risalire il piano inclinato comporta la fatica di un’immersione nelle lotte e nelle rivolte, ancora difensive, sussultorie ed episodiche, che attraversano il paese, tentandone l’unificazione e la produzione di senso; e – contemporaneamente –l’ingaggio per una ridefinizione teorica capace di alimentare una nuova narrazione anticapitalistica di senso comune. Ci sono molte buone ragioni che rendono impervio questo percorso. Ma non vi sono scorciatoie. E l’illusione di avventure politiciste che restituiscano respiro al di fuori della riorganizzazione del conflitto ha già dimostrato tutta la propria inconsistenza.

Note

(1)Un film di fantascienza di grande successo di alcuni anni fa, Matrix, dei fratelli Wachowski, propone una grande metafora del mondo di oggi, come vive nel racconto di uno dei suoi protagonisti che così sentenzia: “Io disprezzo voi umani perché non siete dei veri mammiferi… I mammiferi instaurano un equilibrio fra sé e il mondo circostante. Voi no. Voi colonizzate un territorio, lo depredate, poi passate a un altro. E così via. C’è un solo organismo vivente che si comporta come voi: il virus”.

(2)Marco Bersani, Fuori dal virus del del capitalismo, per una società della cura, “Su la testa”, n.1, luglio 2020

(3)Scrive Marta Fana: “Il precariato è la risposta feroce contro la classe lavoratrice, il tentativo più riuscito di distruzione di una comunità che aveva in sé un connotato, quello di classe, che si caratterizza per una comunanza di interessi in costante conflitto con gli interessi di chi ogni mattina si sveglia e coltiva il culto dell’insaziabilità, dell’avidità che si fa potere. Il potere di sfruttare, di dileggiare tutti quelli che contribuiscono a creare le fortune dei pochi che se le accaparrano (…). Loro hanno vinto nel momento in cui sono rimasti uniti perseverando nel disaggregare i lavoratori in quanto corpo sociale. Per farlo hanno avuto bisogno di molta creatività, di imporre, con una buona dose di maquillage, un nuovo volto al lavoro: eliminando dall’immaginario i bassifondi, gli operai; escludendo dal racconto quotidiano la fatica dello sfruttamento; mascherando l’impoverimento dietro l’obbligo di un dress code”.
(Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, Bari, 2017)

(4)Osserva Renato Curcio che “solo gli schiavi, nella storia, producevano plusvalore assoluto. Il padrone dava loro solo ciò che serviva per rimanere in vita. Ora stiamo attraversando una fase storica in cui il capitalismo digitale recupera il rapporto di schiavitù e lo ripropone – mutatis mutandis – sotto forma di un lavoro volontario, disseminato e persino suadente. Il capitale riesce cioè in un miracolo egemonico, in senso gramsciano: riproduce il rapporto capitalistico di produzione non solo attraverso la coercizione, il dominio, ma, contemporaneamente, attraverso il consenso”.
(Renato Curcio, Capitalismo digitale. Controllo, mappe culturali e sapere procedurale: progresso?, “Paginauno”, n.50, dicembre 2016-gennaio 2017)
(5)Paolo Ciofi, La rivoluzione del nostro tempo, Manifesto per un nuovo socialismo, pp.22-23, Editori Riuniti, Roma, 2018

(6) “In che cosa consiste ora l’espropriazione del lavoro? Primieramente in questo: che il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori del lavoro, e fuori di sé nel lavoro (…). Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è dunque la soddisfazione di un bisogno, bensì è soltanto un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni ad esso. La sua estraneità risulta nel fatto che appena cessa di esistere una costrizione fisica o d’altro genere, il lavoro è fuggito come una peste” (…).
(Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Primo manoscritto, “Il lavoro alienato”, Edizioni Rinascita, Roma, 1950).


(7) Giovanna Vertova, Potenzialità e limiti del reddito di base, in “Etica & Politica”, pp.143-160, n.1, XIX, 2017

(8) Così si esprime il collettivo nell’incipit di un libro che riassume i risultati di una ricerca e di un’inchiesta condotti “sul campo”:
Purtroppo a Sinistra, in quella parte politica che una volta era interessata a studiare com’era fatta la società per trasformarla, abbiamo trovato ben poco. Sono decenni che si è rinunciato alla capacità di analizzare seriamente la struttura del corpo sociale e ci si è persi invece dietro a tatticismi politici, a suggestivi ‘immaginari’, a nuove ‘narrazioni’(…). Nel frattempo, proprio chi ci governa ci studiava attentamente, produceva ricerche, indagini, sondaggi, pieni di dati e ragionamenti. Perché? Perché chi ci governa ha molta più consapevolezza di noi. Chi ci governa – che per comodità chiameremo la borghesia, i padroni, quelli che detengono i mezzi di produzione (fabbriche, campi, aziende, proprietà, capitali, rendite…) – si percepisce come un insieme definito da certe caratteristiche, come una classe sociale con degli interessi precisi, contrapposti ad un’altra classe sociale che esprime ‘naturalmente’ altri interessi, anche quando non ne è cosciente. Per questo motivo la borghesia ha bisogno di sapere come siamo fatti (…). Anche noi (…) abbiamo bisogno di sapere precisamente come siamo fatti e come sono fatti i nostri nemici (…). Che lo si voglia o no, è la realtà il terreno dello scontro: anche perché a combattere con le allucinazioni si perde sempre”.
Clash City Workers, Dove sono i nostri, lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi, pp.10-12, La casa Usher, Firenze, 2014

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